Si aprono le cateratte del Dibattito

Focus

Idee e spunti da Calenda, Galli della Loggia, Parisi e Ricciardi. Una discussione destinata a protrarsi fino al Congresso, quando sarà

Dentro e fuori il Pd si apre e si intensifica un dibattito importante sulle prospettive e sulla natura del partito: dopo l’ulteriore sconfitta elettorale dei ballottaggi non poteva non essere così. E mentre si attendono indicazioni su cosa dovrà decidere l’Assemblea nazionale del 7 luglio – l’ipotesi più gettonata sembra l’elezione di Maurizio Martina a segretario a tutti gli effetti e l’indicazione del congresso al più tardi ai primi mesi del 2019 – politici e intellettuali si cimentano sul “che fare”.

Carlo Calenda, sul Foglio, ha lanciato un Manifesto ricco di spunti subito elogiato da Pier Carlo Padoan (“E un messaggio forte per il futuro dei progressisti). L’euro (e l’Europa), la sicurezza, il sostegno ai più deboli, la conoscenza (“Un piano shock contro analfabetismo funzionale”), la difesa del ruolo dell’Italia nel contesto europeo: sono solo titoli di un programma di quello che per l’ex ministro dovrà essere un Fronte repubblicano i grado di competere con i sovranisti e i populisti. In particolare, sulle misure di sostegno, Calenda afferma che si tratta di “rafforzare gli strumenti come il reddito di inclusione, nuovi ammortizzatori sociali, le politiche attive e l’apparato di gestione delle crisi aziendali in particolare quanto causate dalla concorrenza sleale di paesi che usano fondi europei e i vantaggi derivanti da un diverso grado di sviluppo per sottrarci posti di lavoro. Approvare il salario minimo per chi non è protetto da contratti nazionali o aziendali”.

Di respiro diverso lo scritto di un intellettuale esterno e mai tenero con il Pd come Ernesto Galli della Loggia che sul Corriere della Sera stila un elenco di proposte molto varie e non strettamente riconducibili al tradizionale profilo di sinistra: “Non so, e in fin dei conti m’interessa assai poco, se i suggerimenti fin qui dati possono essere considerati di sinistra. Almeno storicamente alcuni di essi di certo non lo sono. Di una cosa però mi sembra di essere sicuro: che oggi – come del resto forse sempre – per essere di sinistra non bisogna essere solo di sinistra”. D’altra parte – sostiene lo storico – c’è poco da fare: la sconfitta di domenica disegna “qualcosa di molto vicino a una autentica espulsione dalla storia che significa anche la fine di una storia”. E dunque ripartire si può ma abbandonando i lidi storici della sinistra e finanche del “progressismo” per costruire “il partito della nuova opposizione di domani, lontano parente del Pd di oggi”

Arturo Parisi, uno dei padri dell’Ulivo e sempre in posizione critica ma vicina al Pd, interpellato da LaPresse esprime una importante riflessione (fra l’altro molto apprezzata da Maurizio Martina), premettendo che “i democratici possono salvarsi, dare ognuno cioè un senso alla propria cittadinanza solamente pensando al Paese: ricominciando dal chiederci quale Italia vogliamo. Veramente. Non per stilare qualche carta dei valori e dei principi da mettere in premessa a un affrettato regolamento di conti. Non è il Pd che deve essere salvato ma l’Italia e la nostra Repubblica”.

Indirettamente, Parisi replica a chi, come Calenda, vorrebbe andare “oltre” il Pd. Mentre il problema è diverso e forse più complicato. Spiega Parisi: “Se dopo tre decenni dall’inizio di quella immaginammo come una transizione, il partito è, come oggi ho letto, ancora visto come la continuazione del Pci o giù di lì, se a prostrarci è il mutamento apparentemente improvviso di colore rosso di territori che furono un tempo garanzia di rendite sicure, se i voti che si sono spostati vengono rivendicati e inseguiti in nome di appartenenze senza più fondamento – sottolinea lo stratega dell’Ulivo -, questo vuol dire che il Pd è nato tardi e vecchio e il ritardo è diventato enorme. Il ritardo sul mondo che ci è cambiato attorno e da noi troppo a lungo ignorato. Le crepe che l’Ulivo cercò di sanare sono nel frattempo diventate voragini”. “Non è ‘oltre’ in una superficie che immaginiamo nota che dobbiamo andare ma è ‘in profondità’ che dobbiamo scavare. Alla ricerca dell’origine delle ansie degli italiani per offrire ad esse una alternativa reale a quella reazionaria che sembra ora l’unica in campo”.

Infine, va segnalato lo scritto del direttore della rivista Il Mulino Mario Ricciardi, un denso saggio ricco di spunti. Qui ne riportiamo solo uno, critico verso l’ultimo Pd: “Parlare solo ai vincenti, in una società in cui,  molti sono o temono di diventare perdenti sistematici, è stato un suicidio politico. Un fallimento che si spiega soltanto con l’incapacità di leggere il reale, di cogliere i segnali che sempre più forti venivano dal Paese. Invece di provare a comprendere le passioni che animavano lo scontento di una parte sempre più ampia della popolazione, la sinistra riformista ha messo in atto un meccanismo di rimozione, ammantando di moralità il proprio rifiuto”. Il dibattito, ovviamente, continuerà fino al Congresso. Quando sarà.

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