Basta vivisezionare il Pd, occupatevi della Casaleggio

Focus

Intonare il requiem per Matteo Renzi appare eccessivo e per certi versi anche fuorviante, cominciamo ad occuparci di chi ha vinto

Il responso delle urne è chiaro: è stato il trionfo dell’antieuropeismo, e dunque del sovranismo monetario (chissà…), del deficit oltre il 3% e del protezionismo in politica interna; dello spostamento del baricentro geopolitico a est e del bilateralismo in politica estera.

Si tratta, com’è facile comprendere, di un risultato epocale, della vittoria del nazional-populismo (copyright by Steve Bannon) sull’europeismo; è stata, con i dovuti distinguo, la nostra Brexit, l’exploit dei nostri Trump. Il risultato, poi, non è sconvolgente solo in un’ottica politico-ideologica, ma anche sul piano più propriamente politico-istituzionale: una srl con sede a Milano ha di fatto privatizzato un terzo del Parlamento (… mentre la Lega è stata consacrata quale azionista di maggioranza del centrodestra, con ciò che questo comporta in termini di “lepenizzazione” della coalizione più votata).

Desta non poche perplessità constatare che in uno scenario simile, una delle più significative cesure politiche dal ’94 a oggi, la stampa e gli intellettuali si focalizzino sul Pd, sulla colpevolizzazione dello stesso – l’unico vero partito insediatosi nell’emiciclo parlamentare, accanto al partito-azienda di Berlusconi, all’azienda-partito di Casaleggio e al comitato elettorale verticistico-personalista di Salvini – e, nella fattispecie, sulla colpevolizzazione del suo segretario, reo, da ultimo, di aver congelato le dimissioni sino alla formazione di una maggioranza governativa.

Quando l’inadeguatezza e l’arretratezza del centrosinistra vennero sbrigativamente liquidate con la teorizzazione del “berlusconismo” (ci si rifugiò, insomma, nella sociologia politica) e il conseguente arroccamento nell’antiberlusconismo militante, era effettivamente difficile rintracciare una qualche forma di autocritica nello storytelling dell’establishment diessino e post-diessino alla guida del partito.

Oggi, dopo cinque anni (sette di fatto) di governo, successi male investiti – doppio storico 40% uno alle Europee uno in un referendum ultra-personalizzato – e insuccessi, con l’inesorabile avanzata dell’internazionale nazionalista, invocare l’autoflagellazione e intonare il requiem per Matteo Renzi appare eccessivo e per certi versi anche fuorviante.

Se, inoltre, in direzione emergono veleni e dissidi, allora è un partito poco credibile, balcanizzato, alla deriva; se emerge la volontà pressoché unanime di esorcizzare la prospettiva dell’estinzione umiliandosi quale stampella del M5S, allora non va bene ugualmente perché così si dimostra di avallare ancor oggi una gestione leaderistica e decisionista del partito.

Insomma, l’attenzione della stampa per il Pd – un partito, è bene ricordarlo, uscito sconfitto dalle urne – è morbosa, e gli addetti ai lavori appaiono più come avvoltoi ansiosi di banchettare sul cadavere di un soggetto a loro inviso (… perché tanto livore?) più che come degli esperti intenti ad analizzare equanimemente una débâcle.

Il tutto, lo si ribadisce a costo di apparire ripetitivi, mentre una srl con sede a Milano ha privatizzato un terzo del Parlamento e il partito più votato della coalizione vincente fomentava sino all’altro ieri gli umori xenofobi (e talvolta perfino suprematisti) della pancia del Paese.

Non sarebbe forse il caso di occuparsi di loro?

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