Pd, il gioco è in difesa o in attacco?

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La buona notizia è che il congresso del Partito democratico è partito. La notizia meno buona è che, a giudicare dalle premesse, la partita congressuale sembra avviata a svolgersi in una sola metà campo: quella già occupata (e intossicata) da recriminazioni e risentimenti

La buona notizia è che il congresso del Partito democratico è partito. Per il momento senza una data precisa e per con un solo candidato ufficiale, ma quattro mesi dopo la sconfitta il Pd si prepara ad una discussione finalmente strutturata. La notizia meno buona è che, almeno a giudicare dalle premesse, la partita congressuale sembra avviata a svolgersi in una sola metà campo: quella già nostra, già occupata (e intossicata) da recriminazioni e risentimenti.

Ovvio e inevitabile che qualunque vicenda congressuale sia anche una discussione su sé stessi, sulla propria storia e sui passaggi che hanno condotto alla situazione nella quale ci si ritrova. È capitato infinite volte – non solo alla sinistra, che per sua natura tende a guardarsi troppo allo specchio – e capiterà anche nei prossimi mesi. Meno ovvio è che il Partito democratico rinunci a fare di questo congresso un’occasione per discutere anche (se non esclusivamente) dell’Italia: di quella parte del paese che si è allontanata da noi e delle nostre idee per riconquistarla, del futuro del paese e della direzione verso la quale vorremmo condurlo.

D’altra parte la difficoltà che tutti avvertiamo nel far emergere gli argomenti del Pd nel dibattito pubblico non è dovuta solo all’effetto della sconfitta del 4 marzo, o a quello uguale e contrario della “luna di miele” tra governo e media, ma anche all’eccesso di ripiegamento su noi stessi che pesa su quegli argomenti. Detto brutalmente: non si capisce perché gli italiani dovrebbero essere interessati a quello che il Pd pensa di se stesso, soprattutto oggi che il nostro partito si trova nel mezzo di una storica crisi di consensi, mentre sono più chiare le ragioni per le quali gli italiani potrebbero (ri)mettersi in ascolto di un Pd capace di offrire al paese una prospettiva concretamente alternativa a quella (catastrofica) che la maggioranza gialloverde sta percorrendo a grandi passi. In realtà c’è un tema tra i tanti che collega in modo naturale la discussione “su di noi” con la discussione “sull’Italia”. È il tema del Movimento Cinque Stelle, e in particolare quello dei modi in cui all’interno del Partito democratico guardiamo al fenomeno politico grillino.

Quei modi sono naturalmente diversi, e non dovrebbe esserci alcuno scandalo né demonizzazione reciproca nel metterlo in evidenza. Se nel Pd tutti auspichiamo che l’esperienza dell’esecutivo Salvini- Di Maio si concluda al più presto, così come tutti lavoriamo per far tornare a casa gli elettori che ci hanno abbandonato per i Cinque Stelle (o in eguale misura per la Lega), tra noi c’è chi pensa in buona fede che la strada del ritorno al governo passi presto o tardi per un’alleanza con il movimento di Grillo e Di Maio.

Chi scrive, nel suo piccolo e partigiano punto di vista, coltiva un timore doppio e preciso: da una parte può anche darsi che esista tale strada per una nuova e futura presenza del Pd nel governo del paese insieme ai Cinque Stelle, ma nella forma di una partecipazione subalterna e ancillare capace di svuotare del tutto le ragioni che hanno condotto dapprima alla creazione del Partito democratico e poi all’esperienza di governo e cambiamento del paese che abbiamo realizzato in questi anni; dall’altra, perseguire questa strada significherebbe di per sé rinunciare ad essere già oggi alternativa al disegno regressivo e antidemocratico che i Cinque Stelle stanno consapevolmente perseguendo in alleanza con la Lega di Salvini.

Con il risultato di perdere rapidamente la sfida per l’alternativa che stiamo faticosamente costruendo e sulla quale si focalizzerà (o dovrebbe focalizzarsi) la prossima discussione congressuale.

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