Perché io non mi rassegno al silenzio

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Non voglio e non posso rassegnarmi, preferisco pensare che avremo presto un momento di rinascita verso il quale correre: il congresso

Ieri sono passata alla sede del Partito Democratico, al Nazareno, e ne sono uscita dopo pochi minuti attonita e triste. Un palazzo vuoto, semi deserto, senza lavoratori, avvolto nel silenzio, il silenzio che caratterizza la paralisi dell’iniziativa politica che il Pd sta drammaticamente vivendo.

Un silenzio di idee, di proposte e di prospettiva. Un silenzio rotto solo dal cigolio di ingranaggi inceppati dall’assenza di condivisione, dialogo, pluralismo, unici veri lubrificanti per un motore che potrebbe funzionare e farci correre, per salvarci dal baratro, dal crollo di credibilità che ci ridurrebbe presto all’irrilevanza, sotto il 10%.

Non voglio e non posso rassegnarmi, preferisco pensare che avremo presto un momento di rinascita verso il quale correre: il congresso.

Nel panorama politico italiano siamo l’unica formazione politica, l’unico partito che fa il congresso con modalità pubbliche e partecipative. Non è un dato trascurabile, non siamo un partito padronale, non siamo nè il partito di un ricco imprenditore, né di una oscura srl privata, né un gruppo che riceve soldi da Putin e poi li investe in diamanti.

Siamo però un partito costituito da un insieme di sensibilità, aree diverse e agguerrite, con capi e colonnelli, in costante conflitto fratricida. Ormai molti territori sono per il nostro partito solo feudi personali, dove si ragiona in termini di tessere e di eletti nei vari enti locali. Non può più essere così.

Langue l’elaborazione di tesi e contenuti comuni, langue ogni prospettiva che non sia conquista del potere di singoli o di gruppi, direi di falangi armate le une contro le altre. Poniamo fine, con impegno, a questo scenario. Torniamo all’orgoglio del Noi.

Se sarà congresso non potrà essere un congresso come gli ultimi. Non ci serve e non ci basta una domenica ai gazebo. Non solo non ci serve, ma, anzi, ci danneggerebbe. Sarebbe una mera battaglia tra “cavalieri” senza terra e senza ragioni politiche.

Per cambiare davvero dobbiamo ripartire dai valori, dai temi e dalle politiche necessarie a ricostruire, rifondare, resuscitare il nostro amato Pd da quell’eclissi nella quale è finito.

Ma allora cosa fare? Troppo facile dire, semplicemente, di ripartire dai territori quando tutti sappiamo che troppo spesso i territori sono luoghi di scontro personalistico, sono tesseramento e nomine, sono voti di corrente e accordi di potere.

Sì, potere, che – come tante volte ho detto – può essere il sostantivo maschile singolare (sinonimo di poltrona) oppure l’infinito di un bellissimo verbo che declinato all’indicativo diventa io posso! Sì, posso! Posso fare qualcosa per la comunità, posso mettermi in gioco su valori, ideali, prospettive da costruire insieme con responsabilità. Ecco le parole che vorrei usare per descrivere il congresso che desidero: potere, insieme, e responsabilità.

Responsabilità che è mancata a tanti nel Pd, propensi e disinvolti nell’uso dell’insulto personale, mediatico e via web. Responsabilità viene da responsum, participio passato del verbo rispondere. Rispondere, soprattutto, a coloro che chiedono di essere rappresentati da una forza politica seria, con soluzioni vere e concrete per i loro disagi, i loro bisogni, ma anche per le loro prospettive e – perché no – i loro sogni.

Tutti noi, singoli iscritti del Pd, potremo dire la nostra, segnare una rotta partendo dai valori e dagli ideali fondanti e identitari della sinistra: uguaglianza, lotta alle discriminazioni, educazione, cultura, lavoro. E lo potremmo fare insieme, in una fase non breve, elaborativa. Insieme a tante realtà associative, ai corpi intermedi, nei luoghi dello studio e della ricerca, nei luoghi del lavoro, ma anche e, soprattutto, nelle immense periferie, territoriali, sociali, economiche e culturali, dove dobbiamo tornare per ascoltare ed elaborare soluzioni per la rinascita di territori e persone marginalizzate.

Senza ascolto, senza elaborazione e proposte condivise non sarà un congresso costituente. Sarà solo la riproposizione di un passato già visto.
Con tesi, idee e valori condivisi potremmo rispondere a quella domanda di senso che arriva forte da chi è rimasto nostro elettore e interlocutore, e potremmo anche restituire al PD quell’anima di grande partito popolare e di massa, che è nel suo dna dalla nascita oltre dieci anni fa.
Una prospettiva di responsabilità, seria e composita, portatrice di temi e soluzioni veramente alternative al populismo. Solo dopo aver esaurito questo percorso faticoso, lungo, ma ricco e rinnovatore, potremo parlare di nomi, di leader, senza per forza legare il nome del futuro segretario a quello del premier.

Assistiamo da infiniti giorni ad un balletto ridicolo e irrispettoso delle istituzioni repubblicane, della Costituzione e del Capo dello Stato. Il Movimento 5 Stelle e la Lega stanno esponendo l’Italia a gravi rischi economici e finanziari, oltre che ad una grave perdita di credibilità in Europa.
Ci troviamo di fronte a un possibile governo di destra e populista, sovranità, xenofobo e razzista. Un pericolo per tante persone già discriminate, un pericolo per la credibilità italiana in Europa e per la tenuta economica e finanziaria dei conti pubblici, faticosamente risanati in questi anni.

Serve una nostra risposta forte. Dobbiamo uscire dall’angolo nel quale ci troviamo. Non restiamo paralizzati davanti alle decisioni difficili e urgenti che dobbiamo affrontare e non possiamo più rimandare. Facciamolo con la forza e l’orgoglio dei nostri valori, delle nostre idee. Siamo gli unici, nel Paese, a poterlo fare con responsabilità, serietà ed affidabilità.

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