Ma quali “carte” grilline avrebbe dovuto vedere il Pd?

Focus

L’ipotesi di un esecutivo giallo-verde perde terreno per l’improvvisazione e il dilettantismo di Di Maio e Salvini. I dem hanno avuto ragione

Questi qui non hanno niente in mano. “Hanno barato – scrive giustamente Claudio Tito su Repubblica – ma davanti al Presidente della Repubblica il trucco è svanito: hanno invocato un’altra settimana”, dopo aver giurato e spergiurato che ormai si era “alle virgole” (così il capogruppo leghista Centinaio domenica).

Invece, il programma, il mitico “contratto”, ancora non esiste perché – spiegano – ci vuole tempo. Può anche starci, anche se per favore si lasci stare la Germania e i suoi 6 mesi di trattative, ché quello è un altro mondo. Ma già che ci siamo, va detto che in Germania il nome del premier lo conoscevano anche le pietre, si chiama Angela Merkel. Qui, invece, il buio. Squarciato solo da qualche lampo lontano – boatos, più che altro – Giorgetti, Maroni, i vari Carneadi pescati in qualche ospedale o in ambienti amici… Hanno scomodato il professor Sapelli, che è uno che se gli fossero girati li avrebbe mandati a quel paese in un attimo – l’hanno scampata bella.

A Mattarella ieri Di Maio ha bofonchiato il nome di questo Giuseppe Conte – lo ha pronunciato “in grigio”, ha notato Marzio Breda sul Corriere – cioè guardandosi bene dal proporlo seriamente per l’incarico (così che adesso pare un nome bruciato). Il Presidente ha ascoltato – immaginiamo noi – piuttosto allibito: mai si era visto un dilettantismo simile.

La prospettiva giallo-verde perde forza di ora in ora. Tutto è ancora possibile ma nessuno giura sulla fattibilità di un esecutivo grillino-leghista. Perfino i due leader diffidano l’uno dell’altro. La stampa, anche quella che ha sparato 24 ore su 24 contro il Pd, ora brontola. L’opinione pubblica si sta rassegnando al bluff. Per cui parrebbe giusto riprendere in mano la proposta avanzata dal capo dello Stato di un “governo neutro”, quella che spaventa tanto i nostri eroi grillo-leghisti e che probabilmente è l’unica cosa seria che si è vista in questa crisi.

Il dilettantismo di questi autoproclamati “vincitori” del 4 marzo appare macroscopico dunque non tanto perché non trovano la quadra sul programma ma perché non comprendono, nella loro autoreferenzialità, che il presidente del Consiglio è la chiave di volta di qualunque governo: “Il Presidente del Consiglio dei ministri dirige la politica generale del governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di  indirizzo politico e amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei Ministri” (art. 95 della Costituzione). Non può venire dopo. Ma tanto Di Maio e Salvini pensano che a decidere saranno loro: si vede, come funzionerebbe bene.

E invece è proprio il presidente del Consiglio incaricato, e poi eventualmente nominato, che deve redigere un programma, trovare le convergenze su di esso, proporre i ministri. Ma la strana coppia giallo-verde ha creato terra bruciata proprio attorno al nome più importante: un errore fatale. Già, stanno trattando la questione del premier come se si affrontasse il problema del sottosegretario alla presidenza o al presidente di qualche grosso ente pubblico.

L’inaffidabilità della Lega e forse ancor di più dei Cinquestelle rischia di trascinare il Paese nella aperta diffidenza europea (lo si è visto oggi con i richiami su immigrazione e conti pubblici e l’isterica reazione di Salvini) e nel caos istituzionale e politico. La domanda che bisogna iniziare a porsi è la seguente: era scritto che dovesse andare così?

La nostra risposta è: sì. Sì, non ci voleva un mago per capire che Luigi Di Maio fosse al tempo stesso un ragazzo inesperto e un pieno di sé (“Stiamo scrivendo la storia”), che fosse circondato da una pletora di yes men penosamente proni al capo politico e dunque totalmente privi di senso critico e politico, che i programmi pentastellati fossero fungibili (buoni per la Lega, buoni per il Pd) e dunque vacui, che pertanto il “governo del cambiamento” non prometteva né governo né tantomeno cambiamento.

Oggi si può dunque immaginare cosa sarebbe accaduto se il Pd, come si chiedeva da più parti, fosse andato “a vedere le carte”. Sarebbe stata al massimo una mossa propagandistica, utile forse a scacciare frasi fatte come quelle su un presunto Aventino ma nulla che fosse realmente utile al Paese, che è poi l’unica cosa che conta.

Quello che si sta vedendo è che probabilmente nessuno riuscirebbe a fare un governo con i grillini, visto quanto sbiadita e ambigua sia la loro posizione su tutto, dall’Europa alle misure sociali, tanto è vero che neppure un negoziatore con le idee inaccettabili ma chiare come Salvini riesce a mettercisi d’accordo; perché M5s è per sua natura sfuggente come un’anguilla fin dal suo presupposto “teorico” fondamentale – destra e sinistra sono uguali – per finire poi all’assurda mistura di verticismo e assemblearismo che lo connota e che getta un’ombra insuperabile sulla loro concezione della democrazia.

Dopo 10 settimane quindi si vede chiaramente che Di Maio non aveva quelle “carte” che il Pd avrebbe dovuto andare a vedere. Sarebbe stato un tavolo finto. Inutile. Perché con i bari non si gioca.

 

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