Per favore, non torniamo indietro

Focus

Il tema è il progetto politico. Viviamo un’epoca di ridefinizione di tutti i nostri abituali parametri: non possiamo pensare di affrontarla con i soliti rassicuranti luoghi comuni

Nel dibattito in corso si incontra spesso la paradossale affermazione che “gli elettori ci hanno chiesto di stare all’opposizione”: paradossale, perché è chiaro che chi ha votato Pd lo voleva al governo, altrimenti avrebbe votato per un altro partito.

A sentire le parole di militanti e dirigenti, sembra quasi che l’idea di collocarsi all’opposizione porti con sé una specie di sollievo. E si capisce che questo possa essere un modo di reagire alla batosta del 4 marzo.

Ma che vuol dire stare all’opposizione? Certo il nostro modello non è quello seguito dai 5 stelle nella legislatura appena finita: all’opposizione di tutto e di qualsiasi cosa, anche a prezzo di giravolte e di vere e proprie imboscate (ricordare le unioni civili, o la legge elettorale). È invece quello di una opposizione parlamentare che sviluppa temi e proposte.

E dunque il problema è pur sempre quello delle politiche che riteniamo giuste per questo partito.

E qui viene fuori il problema vero. Si deve reagire al calo dei consensi buttando a mare le politiche dei governi Renzi e Gentiloni? Si deve rimettere indietro l’orologio, sconfessare il Jobs act, le molte riforme portate felicemente a termine e la riforma costituzionale bocciata al referendum dell’anno scorso? L’insistenza di alcuni sulla necessità di una rifondazione, di ritrovare un’identità, addirittura di una fase costituente, sembrano andare in questa direzione. Si tratterebbe di cancellare la segreteria di Renzi – il cosiddetto renzismo – e tornare a una versione più tradizionale delle politiche di centrosinistra.

Ma tornare indietro non può essere in alcun modo la soluzione. Non c’è dubbio che il Pd debba ritrovare la sintonia con i ceti popolari, che sono i più colpiti dalla crisi, e più in generale dagli effetti della globalizzazione. Dubito però che questo obiettivo possa essere raggiunto con la mossa francescana di porsi “al fianco degli umili”, o in mezzo al popolo, o vicino a chi soffre (secondo i diversi linguaggi usati).

Certo che bisogna avere empatia verso le persone in difficoltà; ed è vero che il Pd negli ultimi anni di empatia ne ha mostrata poca. La narrazione ottimista, che voleva stimolare la ripresa civile del paese, è stata forse eccessiva, ha dato la sensazione di indifferenza ai problemi di tanta gente, soprattutto al Sud. Mentre al Nord è apparsa altrettanto indifferente ai problemi della sicurezza.

La comprensione e l’empatia vanno ritrovate; ma la vocazione e l’ambizione di una forza politica è molto più grande, e anche più difficile: costruire un progetto politico che punti a risolvere le difficoltà dei ceti popolari. Il tema dunque è il progetto politico. Viviamo un’epoca di ridefinizione di tutti i nostri abituali parametri: non possiamo pensare di affrontarla con i soliti rassicuranti luoghi comuni.

Si pensa davvero che ai problemi dell’oggi sia ancora adeguato un progetto di sinistra novecentesca, che si limiti a pensare una redistribuzione passiva – divisione di una torta sempre più piccola e rinsecchita?

Il problema drammatico che dobbiamo affrontare è come rilanciare la crescita – non solo economica, ma sociale, civile, culturale – per tutti, nelle difficoltà create da fenomeni come la concorrenza dei paesi emergenti, la delocalizzazione delle attività produttive, la rivoluzione cognitiva prodotta dalla rete.

I ceti più deboli possono essere sostenuti in modo efficace soltanto all’interno di un progetto di crescita, e quindi soltanto all’interno di una alleanza con i ceti più forti e produttivi. Deboli e forti insieme, nel quadro di una netta scelta europeista: solo così si può pensare di vincere la sfida.

Penso quindi che, lungi dal tornare indietro, si debba fare uno sforzo ulteriore nella definizione di una identità politica riformista, più coerente e più consapevole di quanto non sia stata in questi anni. La leadership di Renzi non ha sbagliato per troppo riformismo, ma piuttosto per non avere sufficientemente pensato e difeso il proprio riformismo, almeno nell’ultima fase. Anzitutto all’interno dello stesso Pd.

E qui emerge un altro punto dolente. Le elezioni hanno anche certificato lo stato di pressoché totale destrutturazione del partito. Nessuno può immaginare che si possa ricostituire il partito di una volta: sono le forme di vita che sono cambiate, e quindi anche le forme di comunicazione e socializzazione. Ma da questo all’attuale disgregazione (soprattutto nel Mezzogiorno) ce ne corre. Bisogna rimettersi con pazienza a ricucire il tessuto di un partito che non sia soltanto la somma, spesso conflittuale, di cordate di potere.

Il Pd ha bisogno oggi di due cose: organizzazione e pensiero. Sono queste le cose che sono mancate in questi anni, e che devono essere ricostruite, con la convinzione che solo così si potrà ritrovare la sintonia con il paese.

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