Il 4 marzo e il Sud, un viaggio con cinque esperti

Focus

Perché il 4 marzo è arrivata la batosta nel Sud per il Pd? I meridionali non hanno saputo resistere alla sirena del reddito di cittadinanza? L’abbiamo chiesto a cinque attenti osservatori del Mezzogiorno

“Dopo 8 anni di recessione, in cui il Sud ha perso più di 13 punti di pil, 5 in più del centro nord, nel biennio 2015 – 2016 il Mezzogiorno è cresciuto del 2,1 per cento, il centro nord dell’1,7 per cento. Tra il terzo trimestre 2014 e il terzo trimestre 2017, secondo l’ultimo dato disponibile, l’occupazione ha conosciuto un incremento del 5 per cento al sud contro il 3,4 per cento della media nazionale, anche per effetto del prolungamento della decontribuzione totale”. È quanto si legge nel libro pubblicato di recente da Laterza – Il risveglio del Mezzogiorno, curato da Giuseppe Coco e Amedeo Lepore – in cui è scritto anche che “nel 2016 sono aumentate le esportazioni e gli investimenti anche in rapporto al pil. E per la prima volta da oltre un decennio il gap di pil pro capite diminuisce, seppur di poco”.

Di recente Claudio De Vincenti – ministro per la Coesione territoriale e il Mezzogiorno del Governo Gentiloni – in una intervista ha dichiarato: “Con i Patti per il Sud si sono sbloccati quasi 9 miliardi di investimenti pubblici, con il credito d’imposta investimenti abbiamo messo in moto nel solo 2017 al Sud 4 miliardi di investimenti e con la decontribuzione 113mila nuove assunzioni a tempo indeterminato,  Resto al Sud è già operativo e lo sportello Invitalia ha registrato in questi primi mesi già oltre 7mila richieste, il decreto sui criteri per costituire le Zes (Zone economiche speciali) è stato già emanato e le Regioni stanno elaborando le loro proposte, il Fondo per la crescita dimensionale delle imprese meridionali ha già le risorse versate nella contabilità speciale e stiamo varando (a poco più di due mesi dalla Legge di bilancio che lo ha istituito) la convenzione istitutiva”.

Eppure il 4 marzo al Sud il Pd è caduto sotto la mitraglia popolare. I meridionali hanno premiato: il partito che vuole destinare al Sud il 34% degli investimenti statali, ignorando che la quota da dieci anni è già abbondantemente sopra il 34%, quelli che hanno promesso di superare il Jobs act, fare più deficit, cancellare la riforma delle pensioni, che considerano le infrastrutture una minaccia (leggi Tap) e non un potenziale di sviluppo, e l’azienda pesante un mostro.

Ma perché la batosta? I meridionali non hanno saputo resistere alla sirena del reddito di cittadinanza? Perché si continua a vedere il Pd come il partito contiguo ai poteri forti? Davvero il Pd non riesce più a stare con chi soffre e a raccogliere le paure, a rassicurare? Colpa di una comunicazione poco efficace di questo partito rispetto a tutto quello che di buono riesce a realizzare?  Insomma, perché le misure prese dagli ultimi due Governi si sono fermate in alto e non sono arrivate alle persone in carne e ossa? Su cosa il nuovo Governo dovrà puntare per superare il gap con il Settentrione? E cosa temere ora?

L’abbiamo chiesto a cinque attenti osservatori del Mezzogiorno.

Pietro Busettaprofessore ordinario di Statistica economica all’Università di Palermo, dice: “Le esigenze del Mezzogiorno sono quelle di un’area che, con 21 milioni di abitanti, deve, per completare il suo processo di sviluppo, avere un saldo occupazionale  di alcuni milioni di posti di lavoro da 3 a 4. Se si vuole raggiungere il rapporto dell’Emilia Romagna con 2,7 milioni di occupati (43% della popolazione), della Toscana con 2,3 milioni (41%), della Finlandia con 3,3 milioni (45%).  Tutto questo potrà non avvenire in tempi rapidi, ma nella migliore delle ipotesi in ogni caso, in un periodo non inferiore a 10 anni partendo da subito. Si è detto che in realtà le comunità locali di imprenditori non sono in condizioni di creare tale saldo, e quindi questo sviluppo deve derivare inevitabilmente dall’attrazione di investimenti dall’esterno dell’area tanto nel settore agricolo che negli altri. Perché gli investitori internazionali siano portati ad effettuare tali investimenti sono necessarie le condizioni di Stato minimo: infrastrutture, lotta alla criminalità, semplificazione amministrativa, cuneo fiscale differenziato, fiscalità compensativa, capacità organizzativa e di comunicazione, ristabilimento di condizioni di equità con le altre realtà concorrenti per vincere la concorrenza di chi nella moneta unica non c’è ancora”.

Per Francesco Saverio Coppoladocente di Finanza all’Università Federico II di Napoli” la débacle elettorale del Pd nel Sud Italia trova una sua prima ragione in un profondo abbandono del Mezzogiorno da parte delle classi politiche, iniziato prima dell’avvento di Renzi e in parte continuato sotto il suo Governo. Salvo solo l’attività svolta dal Ministero della coesione negli ultimi anni, che hanno concretizzato interventi solo nel 2017 e a inizio 2018, un tempo troppo breve per influenzare le delusioni di anni delle popolazioni meridionali. Altre cause? Un riformismo, valido da un punto di vista strategico, che nelle applicazioni ha comportato più disagi che soluzioni percepite come positive dai cittadini. Faccio alcuni esempi: la mobilità selvaggia innescata dalla legge 107 per la scuola, l’eliminazione dell’indicizzazione delle pensioni anche in presenza di una pronuncia della Corte costituzionale controversa, l’abolizione dell’articolo 18 percepito come una politica contro i lavoratori, tenuto conto che le piccole imprese sono l’ossatura del Paese e per loro l’articolo 18 già non valeva. La politica fiscale sia a livello nazionale che locale ha deluso e non è riuscita a liberare reddito dei cittadini, ma soprattutto non ha creato un clima di fiducia. Il venir meno della finanza derivata da parte degli Enti locali ha comportato un inasprimento di tasse e tributi locali con malessere da parte delle comunità soprattutto nel Mezzogiorno e varie situazioni di predissesto o dissesto degli Enti locali con ricadute negative sui territori. Per non parlare della questione del credito e del ruolo delle banche nel Sud, problema mai affrontato in modo serio. Per chiudere, pur non sottovalutando la volontà riformistica, ho visto una politica contradittoria, molto carente dal punto di vista dell’attuazione e del giusto tempismo”.

Antonio Corvino, direttore dell’Osservatorio banche imprese del Sud, spiega: “Trovo fuorviante l’assioma che lega la sconfitta elettorale ad una strategia sbagliata. Soprattutto sul versante dello sviluppo del Paese in generale e del Mezzogiorno in particolare. E trovo ancor più fuorviante cedere alle suggestioni dell’autocritica fine a se stessa che magari configuri un inseguimento di chi ha vinto,  sul suo terreno.  Spesso perde chi ha ragione e vince chi percorre scorciatoie. Tutti sappiamo e sapevamo che il nord è arrabbiato ed il sud ha paura! Ma tutti sappiamo e sapevamo che le ricette di chi ha vinto non curano il male. Anzi, con il tempo lo incancreniranno!  Il Nord di tutto ha bisogno tranne che di protezionismo e xenofobia ed il Sud di tutto ha bisogno tranne che di assistenzialismo! Mettiamola così. L’Italia deve puntare ad un sistema economico di eccellenza che sostenga scelte coraggiose ed innovative anche sul versante sociale ed istituzionale. Il Mezzogiorno deve trasformare le sue eccellenze, circoscritte territorialmente e limitate numericamente, in un sistema in grado di sostenersi autonomamente. Come? Più sviluppo, più Europa, più Mediterraneo.

Più sviluppo – alludo ad hub portuali, reti e connessioni logistiche, infrastrutture, zes, internazionalizzazione del manifatturiero.

Più Europa e mi riferisco ad un efficace utilizzo dei fondi e degli Enti strumentali europei in chiave strategica e non sostitutiva della spesa ordinaria. Più Mediterraneo: Suez e via della Seta devono trovare le porte d’accesso a Sud. Certo, bisognerà lavorare di più sul welfare per sostenere quelle componenti oggi escluse dai processi di sviluppo (donne, giovani, disoccupati) e favorirne l’inserimento. Occorrerà lavorare sulla revisione del regime fiscale per le imprese e le  persone in vista di una più  virtuosa redistribuzione del reddito, partendo, tuttavia, dall’assunto che tutto deve muovere dal  principio della progressività, sancito dalla Costituzione e non da scorciatoie dannose oltreché pericolose.  Non c’è tempo da perdere eppure è al tempo che bisogna affidarsi lavorando per consolidare le strategie vincenti, anche se non premiate dagli elettori, proponendole magari a chi ha vinto per un serio programma di governo!”

Giovanni D’Orio, docente all’Università della Calabria e valutatore Commissione Ue, dà un’altra valutazione e dichiara: “Troppi annunci. La gente non crede a ciò che sente, se non vede cambiamento, che è ciò che vuole. E di cambiamento al Sud se ne è visto troppo poco. Non è una questione di risorse insufficienti. Al Sud ci sono più che in altre aree di Italia (fondi europei in primis), ma la capacità di utilizzo efficace è molto bassa. Il Pd non riesce davvero a stare più con chi soffre? Chi soffre non ha paura, soffre e lotta ogni giorno. E non vuole solo comprensione, ma politiche inclusive. Quelle nei fatti sono mancate. Rispetto ai poteri forti, la gente ha notato che le cose, quando si vuole, si possono fare e in tempi brevissimi. Certo, si sono risolte alcune questioni storiche(scuola, diritti civili) con una comunicazione non sempre adeguata. Non si sono fatte le riforme che la gente voleva in altri settori (politiche sociali, giovani, precariato, burocrazia). Non si è soprattutto riusciti a recuperare credibilità del ruolo della politica. Ora temo immobilismo o peggio, una svolta prettamente populista. I populismi sono sempre molto pericolosi per la miopia da cui sono guidati. Temo un non-governo dei grand commis, dei burocrati, unica cosa davvero immutabile oggi nel nostro Paese. Il Sud, però, deve smettere di lagnarsi. Il piangersi addosso e il fatalismo rappresentano una combinazione deleteria. E’ più il fatalismo che mi preoccupa perché una sana presa di coscienza della possibilità della rottura dei lacciuoli che caratterizzano il Sud, invece, potrebbe far nascere le condizioni”.

Per chiudere, Saverio MassariInternational Business Development Independent Consultant, che afferma: “Il guaio del Pd nel Sud sta tutto nei cacicchi regionali, nei poteri locali. Nessuna linea nazionale di comunicazione avrebbe mai prevalso. Il presidente Michele Emiliano in Puglia ne è un esempio eclatante. Al Sud il Pd va ricostruito dalle fondamenta. Si stenta anche soltanto a trovare i circoli, manca la militanza tradizionale del vecchio ceppo, le cerchie locali e assessorili vanno spazzate via. E ancora. Il sogno riformista va comunicato meglio, con tutte le luci e le ombre. Troppo ottimismo ingenuo sul già fatto è stato esiziale.  Le cose sono davvero migliorate con i Governi Renzi Gentiloni? Certo, ma i risultati non sono percepiti, neanche a Taranto dove pure il Pd salva il lavoro e la fabbrica. Al sud più Calenda e meno Emiliano, per intenderci! Altri aspetti positivi? Sul tema cruciale del lavoro, e soprattutto su una visione nazionale del match domanda/offerta di lavoro – mi riferisco ai Centri per l’Impiego – il Pd balbetta come tutti gli altri partiti. Bisogna puntare sulla formazione professionale al Sud, senza più greppie utili soltanto ai formatori! E ne occorre una regia Nazionale innovativa. Ora temo la propaganda populista continua, che alla fine sfiancherà anche i giovani del Mezzogiorno. Ma gli antidoti ci sono nelle isole, troppo poco valorizzate, delle start up e non solo high tech. Il Sud aveva ed ha ancora più bisogno, oggi, della buona scuola e di forme anche non istituzionali di alternanza scuola-lavoro. A chi giova uno storytelling del Sud così sconfortante? Bisogna essere consapevoli della necessità di unosciopero a rovescio come nel dopoguerra. Scriveva Vittorio Foa: “Lo sciopero a rovescio era esattamente il rovescio dello sciopero. Si ha sciopero quando i lavoratori, per protestare o per rivendicare, si riappropriano della forza di lavoro, del tempo di lavoro che sono tenuti a prestare. Si ha sciopero a rovescio quando i lavoratori, ancora per protestare o per rivendicare, prestano il lavoro senza esservi impegnati, senza esserne retribuiti”. Nell’agricoltura, nel turismo, nei servizi civili e ambientali, nei settori industriali più tecnologici del Sud, anziché gridare subito allo sfruttamento, penso si debba promuovere il massimo dell’alternanza scuola-lavoro, anche da parte di organizzazioni sindacali e politiche. Questo è il lavoro di cittadinanza da ripristinare, per esempio, generalizzando l’ex servizio militare di una volta. Serve rimettere in moto la società civile contro il degrado, le mafie e la nullafacenza assistenzialista”.

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