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Il Pd europeista e consapevole che serve al Paese

Lo scorso 4 marzo il Pd e il centrosinistra hanno subito una pesante sconfitta. Arretramenti elettorali di tale portata non si verificano mai per una sola ragione. A originarli è sempre una molteplicità di cause. Personalmente, tuttavia, avverto l’esigenza di essere selettivi nell’analisi, e di concentrare l’attenzione su quello che a mio avviso è il fattore principale dell’insuccesso che abbiamo registrato. Ciò mi conduce a porre l’accento su un fatto: per quanto i risultati ottenuti in campo sociale ed economico dai governi Renzi e Gentiloni siano stati significativi, e io li rivendico tutti, e di tutti vado orgoglioso, essi non sono stati sufficienti a determinare una completa guarigione del malato-Italia; né, di conseguenza, un ampio riassorbimento del malessere sociale prodotto dalla Grande Crisi che ci ha colpiti tra il 2008 e il 2013.

Le condizioni del malato sono migliorate. Ma la malattia non è scomparsa. A partire dal 2014, il tasso di occupazione e il numero di occupati sono saliti in modo importante. La disoccupazione, quella complessiva come quella giovanile, è diminuita in misura non banale. Il pil è tornato alla crescita. Ciò nonostante, la disoccupazione complessiva resta sopra il 10%. Quella giovanile sopra il 30%. Il pil è ancora di alcuni punti percentuali più basso di quello del 2007.

E, cosa più importante di tutte, gli indici che l’Istat utilizza per misurare la disuguaglianza dei redditi e la povertà nel 2016 restavano peggiori di quanto non fossero prima dell’inizio della Grande Crisi.

Nell’insieme, questi dati segnalano che, quando si sono svolte le ultime elezioni politiche, il nostro Paese presentava un tasso di sofferenza sociale certamente inferiore a quello del 2014 ma ancora nettamente al di sopra del livello di guardia. Questo  fatto, la cui straordinaria portata il Pd non ha sempre, negli ultimi anni, dato prova di aver compreso e assimilato fino in fondo, ha la natura di elemento dominante perché ha agito da moltiplicatore della forza disgregatrice di altri fenomeni che sarebbe sbagliato trascurare e che certo hanno contribuito a compromettere le possibilità di affermazione elettorale del Partito Democratico: la tendenza globale al declino della sinistra progressista e all’ascesa del sovranismo demagogico e estremista; un mutamento sociale e culturale caratterizzato da pulsioni largamente estranee o ostili ai valori di solidarietà, inclusione e apertura che storicamente i progressisti sono stati chiamati a difendere;  un  desiderio di cambiamento spesso indiscriminato e preconcetto che ha punito severamente le forze di governo uscenti; la guerriglia interna che sotto forma di fuoco amico ha fatto apparire il Pd tanto esageratamente diviso da risultare grandemente inaffidabile; la mancata riforma dello strumento partito sul piano organizzativo, del radicamento sociale, dell’innovazione dei gruppi dirigenti periferici, della capacità di tessere relazioni virtuose con i corpi sociali organizzati e di mostrarsi in sintonia con le loro aspettative, le loro paure, il loro bisogno di essere coinvolti, valorizzati e resi protagonisti.

Pensando al futuro, quindi, è evidente che tutte le maggiori scelte del Pd, soprattutto in quanto principale soggetto di opposizione all’attuale governo, dovranno essere valutate in rapporto alla loro idoneità a favorire il raggiungimento dell’obiettivo di fondo del rafforzamento dello sviluppo e contemporaneamente della coesione sociale; della crescita e contemporaneamente del livello di equità riscontrabile nella ripartizione dei frutti della crescita stessa.

Il raggiungimento di questo obiettivo è infatti essenziale se vogliamo evitare che risulti disattesa l’aspirazione a continuare a incassare i dividendi della globalizzazione riuscendo in pari tempo a contrastare produttivamente gli effetti negativi che, in misura crescente nell’ultimo decennio, essa ha partorito nelle democrazie occidentali a scapito dei ceti medi e popolari, minando non solo la loro sicurezza economica ma anche le loro certezze culturali e identitarie.

Che partito serve, per massimizzare la probabilità di conseguire questo obiettivo di fondo?

Prima di tutto un partito consapevole che, in modo particolare in un Paese ad alto debito pubblico come l’Italia, niente di decisivo è fattibile se ci si affida solamente a strumenti nazionali. Da questo punto di vista la spinta per la costruzione di una nuova sovranità europea, di nuove politiche sovranazionali per gli investimenti e per il sociale, è un bisogno primario. Da cui discende la necessità che l’Italia si adoperi per dar vita ad alleanze internazionali di stampo europeistico e non di stampo euroscettico.

In parallelo, è urgente un lavoro, anch’esso di respiro autenticamente europeista, teso a eliminare, sia sulla scena nazionale che sulla scena continentale, la frammentazione che oggi contraddistingue il campo antisovranista e della battaglia contro le correnti illiberali e autoritarie che in varia misura stanno scuotendo le democrazie occidentali, in modo da giungere in tempi rapidi a forme di stretta intesa tra le forze che in tale campo operano.

Serve un partito che sia in grado, contro ogni tentazione proporzionalistica e minoritaristica, di riaffermare l’indispensabilità di assetti istituzionali coerenti con gli imperativi della democrazia governante e della vocazione maggioritaria.

Serve un partito che sia in grado di promuovere politiche sociali attivatrici e di sinistra liberale, e quindi di combattere vigorosamente i rigurgiti dirigistici e statalistici insiti in proposte di politica sociale assistenzialistiche e passivizzanti, e alla prova dei fatti regressive, in modo da rendere veramente efficaci, contro le sirene di un “ultimismo” rituale e al contempo datato e vanamente declamatorio, le iniziative dirette a potenziare il sostegno alla crescita e la lotta alle diseguaglianze e alla povertà.

Serve, infine, un partito che sia in grado di far capire appieno agli elettori che il riformismo da una parte, e il sovranismo dall’altra, si basano su visioni degli equilibri democratici e socio-economici radicalmente differenti e inconciliabili.

Da questo punto di vista, serve un partito che sia anche in grado di denunciare come miopi, insensati e in fin dei conti controproducenti i tentativi, che una parte della sinistra di governo sta assecondando, di dipingere i due corni del sovranismo italiano come realtà politiche dissimili e diversamente pericolose, quando invece sono, praticamente sotto ogni profilo, omogenei ed ugualmente deleteri, perché ugualmente portatori di concezioni economiche, democratiche e sociali retrograde e destabilizzanti.

Va da sé che un partito del genere può esistere solo nella misura in cui riesce a dotarsi di una leadership autorevole, di un’organizzazione efficiente e moderna, di strumenti adeguati di comunicazione e di tessitura di relazioni sociali profonde e avanzate.

Concludo con un’annotazione di stretta attualità: le scelte compiute dal neo-segretario del Pd Martina nella nomina della propria segreteria, dove pure non mancano personalità di indiscusso valore, nel complesso non sembrano in linea con le esigenze che ho cercato di prospettare. Anche per questo l’esito del prossimo congresso del Pd, dal quale all’inizio del 2019 scaturirà un gruppo dirigente nuovo e pienamente legittimato, riveste una rilevanza cruciale.

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