Le ragioni del nostro riformismo

Focus

Sono convinto che le ragioni del riformismo siano ancora forti e cammineranno a lungo su tante gambe

Se la nostra crisi è un’opportunità, continuo a non rassegnarmi alla ineluttabilità della fine del progetto politico del Partito Democratico (anche se bisogna tenersi pronti alle evenienze che verranno).

Credo che la formazione del governo giallo-verde sposti in termini di necessità democratica la determinazione di un profilo chiaro di opposizione culturale e politica. L’opposizione è, infatti, uno stato, che va riempito di dinamismo e proposte. Non sarà sufficiente sottolineare l’assenza di coperture dei provvedimenti, rimarcare che con noi «i treni arrivavano in orario» e dimostrare la mancata attuazione del loro programma. L’edificio riformista si costruisce a partire da una solida cultura politica, da risposte concrete di governo e da una precisa visione del futuro. Nel PD c’è poi certamente l’esigenza di rinnovare i gruppi dirigenti e, guardando agli organismi e ai gruppi parlamentari, si comincia a notare che “qualcosa si muove”. Mi paiono, ad esempio, emblematiche la discussione parlamentare sulla questione di fiducia e la scelta dei capigruppo nelle Commissioni.

L’ultima riflessione riguarda il dibattito pre-congressuale, ormai già in corso, in cui distinguerei un elemento procedurale e uno politico. Come punto politico esprimo preoccupazione per il fatto che l’impegno dei riformisti possa concentrarsi esclusivamente sulla definizione di una candidatura, confinando la funzione della sinistra liberale a un frammento e rinunciando all’ambizione di condizionare l’intero campo progressista, sfidando le istanze conservatrici di pezzi del nostro mondo. Per quanto riguarda le regole, vorrei invece ricordare che le primarie sono “solo” la procedura individuata per allargare la legittimazione del segretario nazionale, che per scelta politica coincide con il front-man alle elezioni politiche: il PD è un partito di iscritti ed elettori, che non presenta Papi stranieri per Palazzo Chigi e offre la sua proposta politica a tutto il Paese. Le questioni vanno, quindi, affrontate nella loro complessità per arrivare magari a razionalizzare uno strumento prima che a sconfessarlo.

Per quanto concerne il livello europeo mi preme sottolineare la necessità di tenere insieme un piano ideale e un’azione concreta. Splendidi sogni come quello degli Stati Uniti d’Europa, se non vogliono restare mere astrazioni retoriche, devono essere riempiti di significato, perché “in attesa della rivoluzione” ci viene anche chiesto di garantire tutele e dare risposte pratiche. A mio avviso non è più rimandabile la richiesta di un’Europa diversa, che punti assai di più sul pilastro sociale, riducendo la distanza tra cittadini e Unione.

Sulle alleanze internazionali in vista delle elezioni europee il PD non deve farsi solo promotore di un cartello elettorale, ma deve essere protagonista di una piattaforma più larga delle forze che aderiscono al PSE, in grado di trasformare l’assetto dei soggetti europei in una chiave prospettica. Quando si utilizzano formule come “da Macron a Tsipras”, bisogna essere chiari sulla centralità dei socialisti e dei democratici che aderiranno al progetto, perché “costruire insieme una casa più grande” non è la stessa cosa di “abbandonare la propria casa” verso una prospettiva incerta.

Chiudo con l’ottimismo. Non lasciamoci prendere dal cupio dissolvi. Sono convinto che le ragioni del riformismo siano ancora forti e cammineranno a lungo su tante gambe.

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