Le chiavi e il lampione

Focus

L’informazione italiana è come il tizio della storiella britannica: il protagonista assoluto delle cronache di questi giorni è il Pd, compulsivamente interrogato per sapere se sosterrà un governo M5s, della Lega, tecnico, politico, anfibio, alieno e così via

Non so se vi hanno mai raccontato la storiella del bobby (il poliziotto di quartiere londinese) che una sera, mentre è di pattuglia, vede un uomo dall’aria alticcia che si aggira freneticamente a quattro zampe su un marciapiede, all’altezza di un lampione. “Cosa fa?”, gli chiede. E quello: “Ho perso le chiavi di casa e le sto cercando”. Il poliziotto, per dargli una mano, si mette a cercare a sua volta, senza esito. Così chiede: “Ma è sicuro che le siano cadute qui?”, e l’altro “No, mi sono cadute lì dietro. Ma lì è buio”.

Mi pare che l’informazione italiana si stia comportando esattamente come il tizio della storiella britannica. Protagonista assoluto delle cronache politiche cartacee e audiovisive è il Partito democratico, compulsivamente interrogato con frequenza maggiore dell’Oracolo di Delfi perché faccia sapere se sosterrà un governo dei Cinquestelle, un governo della Lega, un governo tecnico, politico, anfibio, alieno, con kit di montaggio, spedizione gratuita isole comprese e così via.

Certo, malgrado il rovescio del 4 marzo, il Partito democratico è tuttora la seconda forza politica del Paese, ed è la scelta di oltre sei milioni di connazionali. Tuttavia il Pd ha ufficialmente perso le elezioni, è solo il quarto gruppo parlamentare della nuova Camera dei deputati, e sembrerebbe dunque assai più utile a capire cosa succederà attingere informazioni dai primi tre, che le elezioni, invece, le hanno vinte. Ma, come nella barzelletta, da quelle parti è buio.

Non che ci siano oscurità concettuali o incertezze politiche da quelle parti, al contrario: sia il Movimento Cinquestelle sia la Lega esigono che il loro status di vincitori, sia pure parziali, abbia adeguato e luminoso riconoscimento. Senza di loro non si governa, asseriscono, e hanno ragione; ne deducono – ma qui invece hanno torto, perché non sono disposti ad allearsi tra loro e quindi la deduzione non può verificarsi per entrambi – che questo comporti, quasi per sillogismo, una ineluttabilità della loro guida, presenza e preponderanza nell’esecutivo prossimo venturo.

In realtà la forza di Salvini è più parlamentare che elettorale: e appare sempre più evidente, ad onta dei proclami di concordia, che la coalizione di centro-destra, che pure sarebbe la più forte minoranza, non va d’accordo su quasi nulla, come dimostrano le foto di Salvini con Farage (chissà che ne pensa il presidente Tajani) o la rivendicazione leghista della presidenza di un ramo del Parlamento (con l’altra ai Cinquestelle), mentre Forza Italia rivendica il ruolo di garanzia di quegli incarichi.

Anche i pentastellati, partito e gruppo di maggioranza relativa in entrambe le Camere, si limitano a ripetere il mantra che “parleranno con tutti”, anche se non è chiaro di cosa parleranno, né quando o come decideranno di farlo. Ezio Mauro annotava su Repubblica che sarebbe utile alla loro causa abbandonare il culto della loro purezza e del rifiuto di ogni alleanza. Il punto è che il qualunquismo, proprio per il suo apparente sprezzo delle ideologie, finisce inevitabilmente per essere l’ideologia più tetragona di tutte. Se la politica, con la sua vocazione alla mediazione e al compromesso, non è più oggetto di scherno e di disprezzo, vengono meno il punto di consistenza e la ragione sociale stessa del Movimento Cinquestelle.

Per fatale aggiunta, inoltre, i due soggetti politici di cui stiamo parlando – che a mio parere dovrebbero per coerenza e comunanza di vedute sentire loro la responsabilità di fare il governo o almeno una maggioranza insieme – sono organizzati (questo vale soprattutto per il M5s, in verità) a mo’ di caserme, con nullo diritto al dissenso e scarso diritto di parola. Cosa che talvolta, come iscritto e dirigente del Partito democratico mi è pure capitato di invidiare, ma della quale in realtà in cuor mio sono molto orgoglioso. A quel che sembra, però, l’informazione e l’intelligencija italiana considerano normalissimo che senatori e d eputati della Repubblica debbano chiedere il permesso a Rocco Casalino per poter parlare con qualcuno.

Così politologi, retroscenisti, notisti e commentatori devono continuare a cercare la chiave sotto il lampione (il Pd) anche se sanno benissimo che è altrove, al buio. E purtroppo questa volta non è una barzelletta.

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