Ora il Pd indichi una prospettiva al Paese

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La crisi politica si è avvitata su stessa. Come reagire? Il Partito democratico può fare molto per difendere il sistema istituzionale

Come era prevedibile, la crisi politica si è avvitata su stessa sino a diventare una crisi istituzionale.

Il Parlamento è bloccato, il governo non si fa, e ora perfino l’istituzione più alta, quella che ha il compito di garantire la Costituzione e quindi i diritti dei cittadini, è investita dall’impotente arroganza dei presunti vincitori del 4 marzo. Gli sgarbi fatti in queste ore dai leader della Lega e dei 5S – rifiutare la proposta del Presidente prima ancora che venisse formulata; individuare una data delle elezioni – non sono semplicemente una mancanza di buon gusto e di buona educazione.

Sono il prodotto di una cultura priva di fondamenti democratici e il segno di uno stato di marasma politico, che vengono rovesciati in modo irresponsabile sull’istituzione che più dovrebbe essere tutelata.

Il rischio è che su questa china sia difficile fermarsi, e che anche da noi si materializzi quella crisi della democrazia che già si è manifestata, in forme diverse, in alcuni paesi europei. Anche l’imbarbarimento del linguaggio, del quale è indiscusso campione, dopo Grillo, Alessandro Di Battista, è un segno di crisi. Perché le parole sono importanti in democrazia, come sono importanti i comportamenti.

Come reagire dunque? Il Partito democratico può fare molto per difendere il sistema istituzionale. Sostenere Mattarella, anzitutto. Ma anche segnalare, come diversi suoi esponenti hanno già fatto, che il nostro sistema così com’è non funziona, e deve essere seriamente riformato.

Non possiamo prendercela solo con i partiti che non sono stati capaci di dare un governo al paese: è l’ordinamento dello Stato che rende deboli le istituzioni rappresentative. Dopo la prova di questi due mesi, in cui abbiamo visto interrompersi il circuito che dal voto degli elettori dovrebbe portare a un governo, è più chiaro che ci vuole una seria riforma costituzionale. La bocciatura del referendum del 4 dicembre 2016 non può essere considerata una messa in mora definitiva di ogni progetto riformatore.

Riprendiamo dunque l’iniziativa di riforma non solo in Parlamento, ma nel paese, così come si fece nella stagione dei referendum elettorali, nei primi anni Novanta.

Tuttavia, la riforma non ha nessuna speranza se il Pd non riacquista il ruolo che gli spetta: quello di pivot della democrazia italiana. Per questo bisogna affrontare la grave crisi di rappresentanza che attanaglia il Pd così come tutti i partiti socialisti europei.

Crisi di rappresentanza significa che non si sa più chi è rappresentato dal partito. Quali ceti, quali gruppi di interesse, quali opinioni. Il declino dei consensi va letto in questa chiave, non semplicemente attribuito a questa o quella politica. Si tratta di un tema più generale, che attiene all’identità del partito, e di conseguenza alla sua strategia. Che ci sia una crisi di identità è del tutto evidente. Non so chi saprebbe dire oggi che cosa vuole il Pd, anche grazie alla grande confusione succeduta alla sconfitta e alle dimissioni di Renzi.

Tanto più se, come pare, si va velocemente al voto, è necessario riprendere la capacità di indicare una prospettiva al paese. Questo richiederebbe una discussione, non tanto sulle cause della confitta, quanto su dove andare. Non basta né limitarsi a difendere i risultati positivi dei governi Renzi e Gentiloni, né limitarsi a proporre la riforma della Costituzione.

Non si deve tornare indietro rispetto alle politiche di quei governi, e non si deve rinunciare alla riforma. Ma se si vuole tornare ad essere il Pd, bisogna pensare alla prospettiva. Che il movimento 5S possa essere il nuovo polo di centrosinistra, con l’apporto del Pd, è un’idea nociva per il paese e suicida per il Pd. Al quale tocca invece impedire che prenda forma questo nuovo bipolarismo, unico in Europa, tra due forze entrambe populiste e sovraniste.

Il Pd non deve cedere alla tentazione della subalternità e riproporsi come il partito dell’innovazione nell’equità, dello sviluppo e insieme della protezione dei più deboli. Ci vuole pensiero, discussione, e anche voglia di vincere.

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