Martina contro Renzi. Sale la tensione in vista delle Direzione

Focus

Il reggente non ha per niente apprezzato le parole dell’ex segretario che in tv ha chiuso a qualsiasi ipotesi d’intesa con i Cinque Stelle: “Impossibile guidare un partito in queste condizioni”

“Ciò che è accaduto in queste ore è grave, nel metodo e nel merito. Così rischiamo l’estinzione”. Sono parole durissime quelle utilizzate dal reggente del Pd Maurizio Martina, che punta il dito contro l’intervista rilasciata da Matteo Renzi a ‘Che tempo che fa’ in cui l’ex leader ha bloccato sul nascere qualsiasi tipo di ipotesi di intesa di governo tra il Partito democratico e il Movimento Cinque Stelle. Intervista che è giunta tre giorni prima della Direzione fissata dal Pd per decidere se avviare o meno un confronto con i pentastellati nell’ottica di trovare la mediazione per dare vista ad un esecutivo, dopo il fallimento del tentativo di accordo tra lo stesso Movimento e il centrodestra.

A Martina le parole di Renzi non sono piaciute per niente. “Ora – spiega in una nota – servirà una discussione franca e senza equivoci (in Direzione nazionale, ndr) perché è impossibile guidare un partito in queste condizioni e per quanto mi riguarda la collegialità è sempre un valore, non un problema”. A questo punto l’incontro di giovedì 3 maggio rischia di diventare una resa dei conti: “Per il rispetto che ho della comunità del Pd porterò il mio punto di vista alla Direzione, he evidentemente ha già un altro ordine del giorno rispetto alle ragioni della sua convocazione”. Anche Andrea Orlando batte sullo stesso tasto: “Le urne si avvicinano, non c’è una linea ne’ condivisa ne’ maggioritaria, non si capisce chi dirige il partito. Ha ragione Martina, non si può tenere un partito in queste condizioni se si ha a cuore il suo destino”.

Subito dopo arriva l’attacco di Dario Franceschini: “È arrivato nel Pd il tempo di fare chiarezza – scrive su Twitter – Dalle sue dimissioni Renzi si è trasformato in un Signornò, disertando ogni discussione collegiale e smontando quello che il suo partito stava cercando di costruire. Un vero leader rispetta una comunità anche quando non la guida più”.

Sulla stessa linea anche Nicola Zingaretti che in una nota scrive: “Se si vuole bene a un partito un leader ha mille occasioni per far valere un’idea o la sua linea. Se si va in tv, a poche ore dalla direzione, a fare uno show si genera solo caos e confusione. Questo dopo una lunga serie di sconfitte é molto grave. Il 10 giugno si voterà in centinaia di Comuni con sistema maggioritario. Ci sono migliaia di candidati che si stanno battendo per vincere e rischiano sempre di più l’isolamento. Una comunità non può consumarsi in questo modo.”

Parole che fanno seguito a quelle pronunciate, poche ore prima, da uno degli esponenti più influenti della minoranza Pd, Gianni Cuperlo. “Renzi, come senatore, ha diritto di esprimere la sua opinione. Ma dopo risultato disastroso del 4 marzo non è stata fatta una discussione, si sarebbe dovuta convocare la Direzione tre o quattro volte e discutere insieme e invece si è rimosso tutto. Vedendo ieri Renzi sono rimasto dispiaciuto, quella discussione andava fatta in Direzione, invece commentiamo una intervista attesa come una partita di calcio, ma così un partito si spegne”. E ancora: “Quando un leader perde si fa da parte. Lo ha fatto Veltroni, non si fa così dove c’è un deficit di democrazia. Quando un leader perde deve avere la forza di chiedere scusa, mettersi da parte e mettersi nella condizione di ascoltare”.

Duro anche Francesco Boccia, uomo di fiducia al governatore della Puglia Michele Emiliano: “Per Renzi non è successo nulla, è fermo al 4 dicembre del 2016. Se avesse a cuore l’interesse del Paese prenderebbe in considerazione la formula dell’appoggio esterno. Facciamolo decidere al partito. E’ sempre sgradevole dire ‘io ordino ai miei di fare questo’ e gli altri eseguono. Facciamo una discussione vera e lasciamo tutti liberi di scegliere, altrimenti questi deputati sembrano soldatini”.

Le parole di Renzi hanno provocato, come ovvio, anche la dura reazione da parte del leader del Movimento Cinque Stelle Luigi Di Maio, che nei giorni scorsi aveva aperto ad un’intesa, dopo il drammatico fallimento del tentativo avviato con Matteo Salvini e il centrodestra. In particolare quel “il Pd la pagherà” pronunciato da Di Maio non è affatto piaciuto agli esponenti del Pd. Teresa Bellanova scrive su Twitter: “Che dite, quel ‘la pagheranno’ mi pare oggettivamente il miglior modo per gettare le basi per un confronto democratico, no? Non cambiano mai”. Anche Giuditta Pini commenta negativamente: “Di Maio ieri ha mandato una lettera al Corriere per aprire al Pd e spiegarci che lo faceva per il nostro bene. Alla sera, lo stesso giorno, lo stesso Di Maio, su un post ha detto che la pagheremo per le nostre malefatte”.

Chi si dice pienamente d’accordo con le parole pronunciate da Renzi è Carlo Calenda, ministro dello Sviluppo economico, da poco iscritto al Partito Democratico: “Condivido al 100% e non mi capitava da tempo. Su Repubblica avevo provato a definire contenuti Governo istituzionale e Legislatura costituente per avviare Terza Repubblica. Il Pd recupera autorevolezza se mette in campo una proposta propria non se si divide su quella degli altri”. Un intento, quest’ultimo, che in questo momento sembra una chimera. Alla Direzione di giovedì il compito di trovare una sintesi che ora pare lontana, anche se non mancano in queste ore i tentativi di ricomporre la rottura.

In serata la replica dell’ex segretario, affidata a Twitter. “Sono stato eletto in un collegio. Ho il dovere, non solo il diritto, di illustrare le mie scelte agli elettori. Rispetto chi nel Pd vuole andare a governare con #M5S, ma credo sarebbe un grave errore”.

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