Le emozioni di una sconfitta per un partito di tipo nuovo

Focus

Ci aspetta una lunga traversata nel deserto. Dobbiamo dotarci di una bussola. Dopodiché, non resterà che mettersi in marcia. Senza fretta, ma senza sosta.

Con il voto del 4 marzo, il Partito democratico ha rimediato una sconfitta sonora, senza appelli. Che cosa spiega il successo della Lega e dei 5 Stelle? In questi giorni se ne leggono di tutti i colori. Molti sanno esattamente che cosa è successo. Beati loro. Io di certezze ne ho poche. Condivido questa analisi di Alessandro Fiorenza sull’inadeguatezza delle risposte che circolano, ma anche lì non ne troverete di nuove. Più che sulle “ragioni” dovremmo cominciare a riflettere sulle “emozioni” della sconfitta. E lo dico con il massimo rispetto per le emozioni, che giustamente guidano gran parte delle scelte di voto (per gli appassionati del genere consiglio la lettura di Drew Westen, The Political Brain).

Mettiamo in fila qualche elemento. Primo: le ferite ancora aperte della crisi economica (rispetto alle quali, noi del Pd, avremmo dovuto mostrare più empatia, facendo capire che per cicatrizzarle occorrono tempo e scelte coraggiose, come quelle che avevamo iniziato a fare). Secondo: il fascino di soluzioni tanto semplici quanto illusorie rispetto a nuove insicurezze (a fronte della nostra incapacità di inserire in una “costituzione emotiva” risposte più solide perché più complesse). Terzo: il malcontento verso un rinnovamento troppo lento o scarsamente selettivo della nostra classe politica. Tutti questi elementi hanno finito per soffiare sulle vele di forze estremiste e populiste, che in Italia hanno trovato terreno fertile anche per le storiche debolezze delle nostre istituzioni e per il ruolo che l’anti-politica ha giocato a più riprese nella nostra cultura collettiva.

Da dove ripartire allora? In questo post su Facebook ho parlato degli errori da evitare nell’immediato. Qui, mi limito a un’autocritica sugli errori del passato. Per evitare la tipica analisi del giorno dopo, ho fatto una scelta metodologica: analizzo solo i limiti della nostra azione politica di cui avevo già parlato prima del 4 marzo. Perché, oggi come allora, penso che riconoscere i propri limiti sia la premessa per superarli.

Una costituzione emotiva

Gli elettori non hanno capito che cosa era il Pd. Negli anni di governo, abbiamo fatto scelte importanti per il bene del Paese, dal Jobs act al reddito di inclusione, dalla riduzione delle tasse a un fisco più a misura di contribuente, dalle unioni civili al biotestamento. Nel nostro programma c’erano proposte altrettanto forti per continuare questo cammino e prendersi cura del futuro: denatalità, occupazione femminile, formazione permanente, non autosufficienza. Sia chiaro: perdere le elezioni quando hai fatto cose buone per il tuo Paese non è un’attenuante, ma un’aggravante. Vuol dire aver fallito sul terreno della politica. Non c’è stato solo un problema di comunicazione. C’è stato un problema politico.

Abbiamo fatto fatica a ricondurre le nostre scelte di governo (o le nostre proposte elettorali) dentro a quella che la psicologia politica chiama “costituzione emotiva”: quell’insieme di valori, principi e macro obiettivi che – da una parte – plasmano l’identità di un partito e – dall’altra – servono da interpretatori di senso per capire le politiche che quel partito sta portando avanti. Troppe scelte che abbiamo fatto faticavano a stare dentro alla stessa costituzione emotiva: la lotta all’evasione con l’innalzamento del limite sul contante, il reddito di inclusione con l’abolizione delle tasse sulla casa per tutti, il Jobs act con la liberalizzazione dei contratti a termine, e così via. Sia chiaro: quelle scelte di policy avevano delle motivazioni (più o meno valide) nel breve periodo, ma nonostante questo faticavano a convivere dentro alla stessa costituzione emotiva. Finendo per non far capire agli elettori per che cosa si stesse battendo il Pd, al di là delle scelte di governo e dell’operato (più o meno efficace) dei propri ministri.

In verità, questa analisi è troppo impietosa. C’è stato un periodo in cui il nuovo corso del Pd una costituzione emotiva l’ha saputa trovare. Nella prima fase, intorno alla “rottamazione”, al rinnovamento della classe dirigente, al superamento dell’immobilismo della Seconda Repubblica, all’esigenza di fare riforme troppo a lungo rinviate. Quell’energia positiva e quella fame di futuro hanno dato identità. In una seconda fase, la costituzione emotiva è arrivata dal tema del “rinnovamento istituzionale”. Il 41% degli italiani che hanno votato “sì” al referendum del 2016 riconoscevano ancora nel Pd il partito del cambiamento. Anche per questo è stato un errore non rilanciare il tema del rinnovamento istituzionale nel nostro programma. Abbiamo ammainato una bandiera che ci aveva dato un’identità riconoscibile.

L’analisi di cui sopra è troppo impietosa per un secondo motivo. Il problema di trovare una nuova costituzione emotiva non è solo del Pd, ma di tutte le forze progressiste in Europa e nel mondo. La cosiddetta “terza via” aveva capito la domanda, ma non ha trovato le risposte. Tocca ripartire da quella sconfitta culturale ancor prima che politica. C’è una sfida di cultura politica da raccogliere. Come ho cercato di accennare in questa intervista su Linkiesta, dobbiamo dare una costituzione emotiva alla sinistra del XXI secolo, partendo da un’analisi multidimensionale delle diseguaglianze: non solo nel reddito, ma nelle capacità (alla Amartya Sen), nelle opportunità, tra generazioni. Se vogliamo portare avanti chi è nato indietro, a volte la risposta sarà più mercato, altre volte più intervento pubblico. A volte più diritti, altre volte più doveri. L’importante è che tutte le risposte stiano dentro un’unica costituzione emotiva, quella di un riformismo empatico e responsabile. Un riformismo che sappia ritrovare un senso, ancora prima del consenso.

Un partito di tipo nuovo

Per farlo, non esistono scorciatoie. Serve un partito che fa il partito, che intermedia la società in forme nuove, che dialoga con altri corpi intermedi, con altri centri dove si raccolgono esperienze e si elaborano idee. Un partito che seleziona e forma la classe dirigente pensando all’interesse del Paese e non di chi fa parte del club dei politici di professione. Si dirà: facile a dirsi, difficile a farsi. Vero. Ma non impossibile se sapremo essere all’altezza del messaggio che ci hanno mandato gli italiani.

Nelle nostre mozioni congressuali abbiamo parlato spesso di un partito in grado di farsi “rete di reti”, ma poi più che reti si sono viste correnti. Una rete di reti ha bisogno di think tank, di luoghi di studio ed elaborazione che riordinino nuove domande politiche dal basso e le facciano circolare (come hanno fatto per anni i conservatori negli Usa). Ha bisogno di incubatori di impegno civico: luoghi, risorse e momenti di formazione messi a disposizione dei tanti che hanno voglia di impegnarsi su campagne tematiche o singole battaglie, lasciando libere queste risorse di auto-organizzarsi al di fuori del partito. E ha bisogno di ripensare il ruolo dei circoli territoriali, con coordinatori che diventino organizzatori di comunità, con luoghi fisici dove, a seconda dei casi, si ricevano ascolto o informazioni e, perché no, anche offerte di formazione e di arricchimento personale al di là dell’impegno politico. Se sapremo mettere in campo tutto questo, il tema di come selezionare meglio la classe dirigente si risolverà a cascata. Perché è inutile negarlo: il voto in certe aree del Paese non si spiega solo con le proposte degli altri partiti, ma anche con l’inadeguatezza della nostra classe dirigente (per usare un eufemismo).

Ci aspetta una lunga traversata nel deserto. Prima di scegliere il capitano, dobbiamo chiarirci le idee sulla destinazione finale. E dotarci di una bussola. Dopodiché, non resterà che mettersi in marcia. Senza fretta, ma senza sosta.

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