Dovevamo cambiare di più

Focus
Pd

Malgrado tutte le riforme realizzate dai nostri governi, siamo apparsi come una forza conservatrice. E abbiamo sbagliato a non accorgercene per tempo

Dopo qualche giorno di riflessione e lasciata alle spalle la direzione che ha definito la road map delle prossime settimane, proviamo a mettere un po’ di ordine e fare qualche ragionamento, in attesa che la polvere della battaglia si depositi del tutto e si possa procedere con un’analisi più compiuta della batosta che abbiamo subito.
Chi mi conosce sa che per me la politica è uno sport di squadra, sempre. E proprio per questo dobbiamo anzitutto riconoscere che questa sconfitta, così amara, così sonora, è la sconfitta di tutti noi. Di Matteo Renzi che ci ha guidato, ma con lui di tutto il gruppo dirigente largo del Partito Democratico, quindi anche mia. È una sconfitta dei nostri governi, del nostro lavoro parlamentare, di tutti noi candidati, eletti o meno.
Una sconfitta collettiva, per cui trovo davvero indegno il gioco al massacro e lo scaricabarile dei giorni scorsi anche al nostro interno. Che è sbagliato anche perché è il contrario di quello che ci serve. E anche perché una sconfitta, forse inevitabile, e sicuramente causata – sopratutto nella portata – anche da nostri errori non cancella il tanto di buono che abbiamo fatto. Non cancella quanto Matteo Renzi ha fatto per il Paese e per la nostra comunità politica. Non cancella il lavoro fondamentale che il governo di Paolo Gentiloni ha portato avanti, con il riconoscimento di tutti i nostri partner internazionali. Io non cambio idea.
Sul ruolo fondamentale di Matteo Renzi che ha portato il Partito Democratico a diventare la prima forza progressista in Europa. E sui nostri governi che hanno fatto dell’Italia un Paese più forte, più sicuro, più accogliente, più bello, più giusto. È il nostro orgoglio, da cui ripartire. Abbiamo perso, certo, o forse siamo solo stati bravi a procrastinare fino ad oggi una sconfitta che, senza Renzi, magari sarebbe già arrivata alle Europee del 2014. C’è un vento estremista e populista che attraversa tutto il mondo occidentale e che porta Steve Bannon a festeggiare in Italia l’ultima tappa di un risiko minaccioso che può davvero cancellare le conquiste civili e democratiche degli ultimi settant’anni. Un vento che ha spazzato via o reso marginale la sinistra in tutto l’occidente. Un vento con cui non si scherza.
Eppure in questi anni, in Italia, gli anni della nostra “responsabilità” offerta sempre e comunque al Paese, abbiamo avuto un intero sistema che con ogni mezzo lecito e illecito (pensate al caso Scafarto, passato sostanzialmente sotto silenzio), politico, burocratico, mediatico, accademico, giornalistico, ha lavorato per resistere e bloccare il cambiamento. Perché per la prima volta c’era chi in Italia voleva cambiare davvero le cose. E ci stava riuscendo. Prima hanno provato a “normalizzarci” poi si sono decisi a sconfiggerci. I tanti poteri (forti o deboli, non so) che incidono sulla nostra vita democratica non volevano cambiamenti di equilibrio. E hanno contrastato ogni singolo giorno la nostra azione riformatrice.
È grave, sicuramente, non essersene accorti per tempo. E aver sottovalutato questo rischio. Lo stesso che corrono i vincenti di oggi, Di Maio e Salvini, che a differenza nostra, non vedono l’ora di rinunciare alle balle sparate in campagna elettorale, per farsi “accettare”. Ed è doloroso anche riconoscere come il nostro Paese si sia diviso a metà – e sostanzialmente unito – nel ritenere possibili quelle balle. C’è il nord che ha votato con forza la bufala della flat tax e il sud che ha scelto di farsi abbindolare dal reddito di cittadinanza. Due mezze Italie legate tra di loro dalla paura dell’immigrazione, di un’invasione che esiste solo nel racconto che in troppi hanno fatto, fino a renderlo verosimile.
Che si sia perso così clamorosamente su questi tre dossier fa particolarmente male. Per almeno tre ragioni.
Innanzitutto perché la tassa piatta, il reddito per tutti e le frontiere chiuse sono tre misure evidentemente irrealizzabili oltre che profondamente inique. Talmente irrealizzabili da essere in un istante scomparse dalle parole dei nostri avversari alle 23.01 del 4 marzo, appena chiusi i seggi.
Ma non è soltanto questo. C’è che queste misure, così come l’abolizione della legge Fornero, sono apparse misure credibili e concretamente realizzabili agli occhi degli italiani, lo dice tra le tante una bella ricerca Lorien Consulting: quelle che a noi sembravano balle spaziali, hanno convinto gli italiani. Ma non basta. Il punto è che si tratta di tre dossier dove siamo intervenuti eccome in questi quattro anni. Abbiamo tagliato l’Irpef di 80 euro al mese a dieci milioni di famiglie italiane e abbattuto di quasi tre punti la pressione fiscale: la più grande operazione di redistribuzione di ricchezza della storia della Repubblica, altro che flat tax. Abbiamo introdotto il reddito di inclusione, intanto per i due milioni di italiani più in difficoltà. Abbiamo salvato vite in mare, preteso che l’Europa faccia la sua parte e cambi le sue regole e imposto una stretta decisiva agli sbarchi, più che dimezzati negli ultimi mesi.
Tutto questo è come se non fosse mai successo nella percezione più larga del Paese.
Abbiamo migliorato concretamente, direttamente la vita di almeno 20 milioni di italiani tra beneficiari di queste misure, neo assunti con Jobs Act, pensionati che hanno ricevuto la quattordicesima, esodati salvaguardati, lavoratori salvati da tante crisi aziendali, precari assunti a tempo indeterminato, imprese a cui abbiamo ridotto Iri e Ires, famiglie a cui abbiamo cancellato Imu e Tasi sulla prima casa, giovani autonomi che hanno avuto diritti per la prima volta o potuto accedere al regime dei minimi, lavoratori del pubblico impiego che hanno visto contratti rinnovati dopo dieci anni, cittadini a cui abbiamo esteso diritti. Eppure, oltre due terzi di loro hanno votato per altri.
In ogni caso, che Di Maio o Salvini riescano a governare, separati o insieme, gli italiani che hanno votato per loro non pagheranno mai la flat tax, non riceveranno mai il reddito di cittadinanza, non vedranno mai muri sulle nostre frontiere. E della frustrazione che queste false promesse genereranno saranno i soli responsabili: l’ennesima ferita alla nostra democrazia. Anche per questo il nostro posto è all’opposizione, dove ci hanno mandato gli elettori.
E non avrebbe senso altro posizionamento. Per la storia e per il dna del nostro partito sin da quando è stato fondato dieci anni fa.
Lo ha ricordato Walter Veltroni all’Eliseo che siamo nati anche per costruire in Italia la democrazia dell’alternanza: “la bellezza della politica deve fondarsi sulla nettezza delle differenze, sull’assenza dell’indistinto, della marmellata, sul no ad alleanze spurie e improvvisate, pasticci che gli elettori non capirebbero. Il Parlamento è di tutti, il Governo è di chi ha vinto le elezioni”. Ed è proprio grazie a questa scelta del PD che presto sarà chiaro anche ai commentatori più ostili che il risultato di Di Maio assomiglia molto da vicino a quello monco di Bersani nel 2013. E come allora toccò a noi, adesso sta a loro spiegare agli italiani come intendono mantenere le promesse. Poi ci sono i nostri errori, sicuramente.
Solo che dobbiamo riconoscerli per bene. Perché lo sbaglio più grande che possiamo fare ora è confonderli. Prendere per sbagliato ciò che è stato giusto. E perseverare nei malintesi che ci hanno portato sotto il 20 per cento e che possono portarci ancora più giù. Rifugiarsi in comode certezze del passato sarebbe davvero imperdonabile.
Non è stato un errore governare, lo è stato forse sacrificarci, fino in fondo, in questi anni sull’altare di una responsabilità che diventa “irresponsabile” se produce la vittoria dei populisti. Probabilmente è stato un errore, condivido Renzi, non tornare alle urne quando l’Europa sarebbe stata più centrale nelle scelte degli elettori. Non è stato sufficiente parlarne noi, ora. Dovevamo farlo quando era al centro dell’agenda internazionale. E i frutti li pagheremo presto, se davvero Francia e Germania stanno già lavorando all’Unione che verrà senza di noi. E, d’altronde, non potranno certo farlo con un governo italiano nemico dell’Europa.
“Non c’è nulla più noioso della verità” ammoniva Titta De Girolamo, il protagonista de “Le conseguenze dell’amore” di Paolo Sorrentino, interpretato da Toni Servillo. E noi quella abbiamo offerto agli italiani, la verità. Proprio quando non volevano ascoltarla. Perché non corrispondeva alla loro di “verità”, quella di tutti i giorni, quella nella quale i benefici delle nostre riforme e delle azioni di governo non sono purtroppo arrivati in tempo.
Inoltre ci siamo convinti, prima a causa degli scissionisti, poi a causa dell’approccio ideologico della nostra minoranza interna, infine per assecondare tanti editorialisti da salotto, di avere un problema a sinistra. Che dovevamo coprirci su quella fascia. E invece non era così. E abbiamo preso i gol tutti a destra.
Altro che non essere abbastanza di sinistra: i governi Renzi e Gentiloni sono stati i governi più profondamente riformatori e più “di sinistra” della storia della Repubblica, senza timore di smentita. Conseguentemente, per gli italiani, a queste elezioni, siamo stati noi e soltanto noi, la sinistra. E ci hanno punito, come è stata punita tutta la sinistra europea.
Mentre in larga maggioranza hanno scelto di votare a destra, per due destre populiste, estremiste, antipolitiche e antieuropee, contrarie a tutti i nostri valori, sostanzialmente xenofobe. Due destre talmente spaventose da far apparire la destra di Berlusconi, una specie di oasi liberale e moderata.
Destre con le quali non possiamo avere nulla da condividere. E alle quali abbiamo lasciato campo libero, convinti come eravamo di avere un problema a sinistra.
Ma la cosa che più ci è mancata, e che invece grazie a Matteo Renzi eravamo stati in grado di fare in passato, è di essere percepiti come la forza del buon senso. Essere capaci di stare accanto alle paure delle persone senza giudicarle, alle tante ferite profonde che la crisi ha disseminato senza rimuoverle, alle diseguaglianze cresciute nelle nostre città, nello stesso quartiere, negli stessi condomini senza lasciarle sole.
Alle tante risposte sbagliate che le persone si sono date di fronte ad una lista d’attesa che non scorre, ad una casa popolare che non arriva, ad un posto di lavoro che manca ci siamo limitati a condannare, senza provare a spiegare.
Alla base di tutto questo c’è probabilmente un profondo malinteso su chi sia nel XXI secolo il nostro popolo. I milioni che ci hanno votato alle Europee, grazie a Matteo Renzi, ma che oggi non ci votano più. Non vivono l’ansia della mancata approvazione dello Ius Soli, ma in quella dello scippo dell’immigrato alla madre anziana. Non sottovalutano i risultati sulla lotta all’evasione fiscale, ma vorrebbero comprensibilmente pagare meno tasse.
Non guardano il futuro con angoscia, ma hanno le loro legittime paure nel presente. Non sono l’Italia migliore. Sono l’Italia.
E a dispetto di qualche analisi un po’ troppo semplicistica letta in questi giorni non ci lasciano per Leu o per il M5S. Spesso e volentieri ci lasciano per la Lega, in percentuali impressionanti, nelle regioni tradizionalmente “rosse”.
Succede persino a Macerata, dove governiamo con un sindaco encomiabile e dove ci siamo difesi ma la Lega aumenta di venti volte i propri consensi nonostante un suo ex candidato abbia sparato per uccidere contro uomini e donne di colore e contro la sede del nostro partito.
Noi abbiamo finito, senza rendercene conto, per costruirci un recinto intorno, ci siamo allontanati da chi proprio a noi aveva guardato in un tempo – l’Italia dal 2013 in poi – in cui i blocchi consolidati e la fidelizzazione elettorale non esistono praticamente più. Gli abbiamo detto che noi siamo quelli degli Stati Uniti d’Europa, della scienza, della cultura, della fiducia nel futuro, dei diritti, dell’accoglienza. Prendere o lasciare. E se loro avevano dubbi o perplessità, se avevano paure o frustrazioni, se cercavano rassicurazione o un filo che legasse e spiegasse le nostre riforme non facevamo al caso loro.
Infine, più di ogni altra cosa io credo che queste elezioni, come le ultime due tornate elettorali nazionali, ma in misura ancora maggiore, non si siano decise sull’asse destra vs. sinistra. E neanche sull’asse apertura vs. chiusura, come ci ripetiamo. Io credo che queste elezioni si siano decise e perse sull’asse cambiamento vs. conservazione.
Le abbiamo perse quando abbiamo smesso di essere il cambiamento per l’Italia.
Dico per l’Italia perché sul tema cambiamento/conservazione si rischia un grande malinteso. Perché in Europa, in Occidente, la maggioranza dei cittadini si sente ormai minacciata dai cambiamenti globali. E proprio per questo, proprio per contrastarli, per cercare protezione da essi, che appaiono lontani e irreversibili, le persone cercano e votano chi è in grado di produrre un cambiamento altrettanto forte a casa loro. Nel loro Paese, nella loro città.
Un cambiamento politico positivo e sul quale le persone percepiscono di poter incidere direttamente per “resistere” al processo di cambiamento che incombe sopra le loro teste. Può sembrare un ossimoro, ma non lo è.
È la dinamica su cui si muovono le preferenze dei nostri concittadini, nella maniera più trasversale, interclassista, rapida e profonda insieme che abbiamo mai conosciuto. Finché siamo stati i produttori del cambiamento, i change makers, abbiamo vinto, come alle Europee del 2014 o tenuto un risultato consistente come al Referendum costituzionale del 2016. Quando diventiamo semplicemente la prosecuzione affidabile, credibile, perbene di una bella storia, comunque una conservazione, perdiamo. A maggior ragione in un Paese e in un continente dove chi governa ha più chance di perdere che di vincere già in partenza.
Abbiamo finito per raccontarci come quelli che hanno “rimesso in sesto” l’Italia. Dovevamo essere quelli che avevano cominciato a cambiarla nel profondo, in un cammino decisivo e condiviso. Dopodiché resta l’orgoglio per tutto quello che abbiamo fatto e la speranza che il tempo galantuomo ce ne renderà merito. E restano segnali positivi. Come la nostra tenuta nelle aree urbane principali: gli ottimi risultati di Milano e Firenze, la ripartenza a Torino e Roma dove abbiamo vinto diversi collegi e dove torniamo finalmente competitivi con il M5S. C’è la bella vittoria nel Lazio con Nicola Zingaretti. C’è il futuro che ci aspetta, con tante sfide che dobbiamo saper interpretare e vincere. C’è tanto lavoro da fare, insomma, perché solo chi si ferma è perduto. C’è una sconfitta da non sprecare, ma di cui fare tesoro.
C’è da ragionare sul ruolo che una leadership democratica deve svolgere in un contesto così cambiato, c’è da ridisegnare la nostra idea di disintermediazione, che invece di avvicinarci ai cittadini ci ha allontanato da tanti corpi intermedi positivi sui quali si sono lanciati grillini e leghisti. C’è un Paese da riconquistare: non esiste missione più bella per chi ama e fa politica.
Come impara il Piccolo Principe di Saint Exupery: “E’ una follia abbandonare tutti i sogni perché uno di loro non si è realizzato, rinunciare a tutti i tentativi perché uno è fallito. Ci sarà sempre un’altra opportunità, un’altra amicizia, una nuova forza. Per ogni fine c’è un nuovo inizio”. Ancora avanti, insieme.

Vedi anche

Altri articoli