Al Pd serve ascoltare, confrontarsi, discutere su una nuova proposta

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L’alternativa è dare una nuova visione del Paese, oltre l’orgoglio delle cose buone realizzate, dentro un orizzonte più largo, l’Europa

Il Partito democratico è nato per andare oltre i partiti tradizionali e unire i riformisti italiani. Storie, culture, passioni e valori che per tanto tempo erano stati divisi, ma a volte si erano incontrati nei momenti migliori della storia del nostro Paese. Nella Resistenza, prima e dopo la guerra di Liberazione, fino a dar vita alla Costituzione italiana. In quella meravigliosa stretta di mano tra Aldo Moro e Enrico Berlinguer, lezione di dialogo oltre le ideologie.

Nell’esperienza dell’Ulivo che per la prima volta ha portato il centrosinistra al governo dell’Italia. Qui nasce il Pd. Unire le migliori energie e tradizioni per rinnovarle. E andare oltre. D’altronde, diceva il compositore Gustav Mahler, “la tradizione è custodire il fuoco non adorare le ceneri”.

Il coraggio di esplorare nuovi sentieri, fare un partito nuovo e non un nuovo partito. Questo, forse, è stato il limite più grande, perché in verità nessuno in questi anni ha provato davvero a innovare il modo di fare politica. Ci ha provato Renzi “rottamando” vecchi schemi, ma non “costruendo” nuovi metodi. Per questa ragione il Pd deve lavorare da subito, altroché galleggiare, per costruire una nuova cultura politica, leadership, sperimentare altre forme organizzative, coltivare il senso di comunità e aprire un nuovo campo alle migliori forze civiche della società.

Occorrono piedi radicati sui territori, ma con la testa nella rete e il desiderio di alzare lo sguardo. È indispensabile, anche se non basterà, fare un congresso in autunno. Sui temi, prima che sui nomi. Sull’organizzazione prima che sull’opposizione. Sull’Europa prima ancora che sull’Italia. Se dieci anni fa la sfida era unire i riformisti italiani oggi la nuova missione per il Partito democratico
è ricostruire una nuova sinistra europea capace di vivere le speranze e i bisogni delle persone.

È di un “movimento democratico europeo”, non solo di un “fronte repubblicano”, che c’è bisogno, è qui che può rinascere il Pd. La crisi economica ha cambiato tutto, ovunque. Viviamo in una società sempre più scollegata da passato e futuro, prigioniera del presente, dove crescono sentimenti di rabbia, nostalgia e solitudine. A causa della crisi che ha aumentalo le diseguaglianze, bloccato l’ascensore sociale e precarizzato ancora di più le condizioni di vita, in particolare dei giovani.

Di fronte a questa condizione di insicurezza e paura la sinistra non in Italia, ma nel mondo è incapace di indicare un diverso sentiero. Vent’anni fa i progressisti e socialdemocratici governavano 13 dei 15 paesi dell’Unione europea. Oggi nell’Europa a 27 siamo minoranza quasi dappertutto. In Francia, Olanda e Germania i socialisti hanno avuto i risultati più bassi dal dopoguerra ad oggi.

L’Europa è in crisi perché sono in crisi le culture politiche e le famiglie tradizionali di cui essa è figlia. Da una parte il Pse, sempre più irrilevante, ma dall’altro anche il Ppe, ostaggio dei fanatismi. Anche per questa ragione prevale un populismo in forme simili in luoghi diversi. La sinistra europea deve reagire e allargare profondamente il campo sull’esempio del Partito democratico. Riprendere la profondità del tempo e un pensiero lungo.

Anche controcorrente. Far capire che non viviamo in un periodo di cambiamenti, ma di trasformazione dove niente sarà più come prima. È possibile immaginare una sinistra che tenga insieme la domanda di “protezione” dei cittadini, in particolare dei più deboli e del ceto medio, con le “opportunità” del futuro? Andare oltre significa anche cambiare paradigma, anche mentalità. È
possibile in Europa costruire un progetto politico nel quale oltre al Pil si tenga in considerazione il benessere delle persone? Per una forza davvero nuova che vuole cambiare il presente per tornare a immaginare un futuro migliore lo sviluppo sostenibile e Agenda 2030 offrono una straordinaria cornice di riferimento. Prima di tutto culturale.

Nel frattempo, la prima costa giusta che deve fare il Partito democratico è quella di non criminalizzare chi ha votato M5S e Lega. Noi non siamo quelli del processo alle intenzioni, tanto meno i complottisti che scaricano le colpe su altri. Perfino dall’opposizione dobbiamo essere sempre dalla parte dell’Italia: se ci sarà una proposta giusta per il bene degli italiani noi ci saremo.

D’altronde dietro una larga parte del consenso al governo gialloverde non c’è un voto identitario, ma la semplice “voglia di provare”. Una volta il voto era per sempre, o quasi. Oggi è sempre più mobile e sulla proposta del momento: idee, sentimenti, leadership. Diverso anche nelle diverse elezioni, nazionali o locali. Quindi c’è un campo aperto sempre da conquistare. Ma l’atteggiamento di una nostra “presunta superiorità” nei confronti del governo Salvini-Di Maio che invade le agenzie di stampa e i social network è sbagliato. Nei toni, nei modi, nei tempi. Ricorda tanto quello avuto verso gli elettori di Berlusconi. E non ha funzionato granché. Ogni tanto bisogna imparare dagli errori per provare a fare meglio.

Adesso tocca a loro la prova di ridurre le distanze tra il dire il fare. Saranno misurati sulla concretezza. Al Pd serve ascoltare, confrontarsi, discutere su una nuova proposta. Sarebbe un errore pensare che dietro il possibile fallimento delle promesse di questo governo ritorni in automatico il consenso al Pd. Così come è insufficiente alle misure che non ci piacciono contrapporre il recente passato dei nostri governi. Insomma, finiti i pop-corn non è scontato che finisca il brutto film.

L’alternativa è dare una nuova visione del Paese, oltre l’orgoglio delle cose buone realizzate, dentro un orizzonte più largo, l’Europa. In una parola: reagire. Dapprima riorganizzando nei territori e in rete la comunità democratica e allo stesso tempo costruire davvero i democratici europei. Una nuova sinistra capace di recuperare senso, connessioni e profondità.

Bisogna iniziare questo cammino anche in vista delle elezioni europee del prossimo anno, con un congresso di rilancio prima che sia troppo tardi. C’è in gioco molto di più di un segretario o una classe dirigente. C’è in gioco il destino di un’intera comunità, il Pd, e la sinistra in Europa.

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