Superiamo il complesso del 4 dicembre

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Prestarsi a un gioco di aperture, sembrando interessati a qualche spazio di potere in chiave subalterna, non avrebbe senso politico alcuno per il Pd

La questione governo non ci riguarda direttamente perché, a meno che il gioco tattico non sfugga improbabilmente di mano ai cosiddetti vincitori delle elezioni, ciò che unisce in modo forte ed evidente Salvini e Di Maio è anzitutto un dato prepolitico, quello di ritenersi i pilastri di un nuovo sistema dei partiti, a danno di Pd e Forza Italia.

Prestarsi quindi a un gioco di aperture, sembrando interessati a qualche spazio di potere in chiave subalterna, non avrebbe quindi senso politico alcuno per il Partito Democratico. Avrebbe come unico effetto quello di sembrare cinici e di essere strumentalizzati da altri per rialzare la posta nel loro gioco.

Dire questo non ha nulla a che fare con l’Aventino, che è un ritiro dal sistema, dal campo di gioco considerato impraticabile.

Tuttavia è importante non solo non essere aventiniani, ma anche non apparire tali, perché gli elettori devono comunque sapere che il loro voto è utile, è speso come talento nel sistema politico. L’opposizione a un chiaro equilibrio di governo che si delinea già in questa fase, nonostante le scaramucce tattiche, non è quindi autoesclusione dalle scelte politiche. In particolare non basta oggi
parlare di opposizione al Governo che nascerà perché limitarsi a questo significherebbe dare per scontato che il sistema istituzionale è solido e che bisogna solo decidere dove sedersi all’interno di esso.

La priorità dovrebbe essere allora anzitutto superare il complesso della sconfitta del 4 dicembre. Avevamo detto o no che fuori da un sistema col monocameralismo politico e il ballottaggio nazionale si sarebbe finiti in liturgie complesse almeno quanto quelle del primo sistema dei partiti? I fatti non ci stanno dando ragione? Non avevamo detto che senza modificare l’articolo 117 della
Costituzione alcune policies sarebbero state difficili da perseguire, come la parte del jobs act relativa alle politiche attive del lavoro?

Non dovremmo quindi dedicarci, pur nell’opposizione al governo che verrà tra leghisti e pentastellati, a progettare da protagonisti sul piano parlamentare le convergenze per riproporre in forma nuova i temi dell’ammodernamento istituzionale? Lunedì saranno trent’anni dall’uccisione di Roberto Ruffilli: a suo modo, dal punto di vista dell’anti-Stato democratico, il volantino di rivendicazione delle Brigate Rosse  fa di Ruffilli un paradossale elogio.

Le prime parole sono infatti queste: “uno dei migliori quadri politici della DC, l’uomo chiave del rinnovamento… teso ad aprire una nuova fase costituente, perno centrale del progetto di riformulazione delle regole del gioco, all’interno della complessiva rifunzionalizzazione dei poteri e degli apparati dello Stato. Ruffilli era altresì l’uomo di punta che ha guidato in questi ultimi anni la strategia democristiana sapendo concretamente ricucire, attraverso forzature e mediazioni, tutto l’arco delle forze politiche intorno a questo progetto, comprese le opposizioni istituzionali”.

Si tratta di un metodo ancora valido, pur nel cambiamento dei soggetti politici, e di esigenze che in questo trentennio sono state più volte frustrate. L’ultima volta col risultato del 4 dicembre, ma riemergono oggi problemi che solo con quell’aggiornamento possono essere risolti. A questo anzitutto dovremmo dedicarci perché il Pd è il partito che più coerentemente ha perseguito sin dalla sua nascita l’obiettivo della chiusura della transizione istituzionale e che l’ha per certi versi anticipata in molte delle sue scelte. Se la sconfitta del 4 marzo è per molti aspetti figlia di quella del 4 dicembre, è da essa che bisogna ripartire, riprendendo quelle esigenze in forma nuova.

Non si risponde alla sconfitta del 4 marzo rimuovendo quella del 4 dicembre. L’anniversario di Ruffilli ce lo ricorda in modo chiaro ed esigente.

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