Sinistra o Frontiera: il pallone nel campo

Focus

Prime riflessioni all’indomani della sconfitta. Recuperare ascolto e senso di comunità

Scusate se rimetto il pallone nel campo. Importante il posizionamento rispetto a un eventuale sostegno o meno ai 5stelle, ma è una discussione necessaria che verrà fatta spero nel modo più allargato possibile senza che però diventi il perno delle questioni, o meglio, senza che diventi una fuga dalla “questione”. La sconfitta. Del PD, come della sinistra. Per qualcuno da trattare insieme, per altri no.

Una sconfitta che va affrontata, metabolizzata, riconosciuta, indagata e discussa. Insieme.

E’ una sconfitta che riguarda il mondo, perché c’è nel mondo, l’Italia, perché c’è in Italia, e che riguarda il partito, perché è la sconfitta del PD. E viene da lontano.
Ciascuno dei livelli non sia alibi all’altro. C’è un vento mondiale, è vero, ma ci sono degli errori “locali”, interni. E’ una crisi di risposta ai problemi, non di analisi dei problemi. E’ anche una crisi di organizzazione, sembra banale ma non lo è. Un partito o è organizzazione o non è.

Le questioni sono tante e tutte importanti. Alcuni punti, metto solo i primi primissimi che mi vengono in mente e che riguardano il PD. E’ una discussione solo all’inizio, data l’immensità del problema. Potrei dire “sinistra”, ma troppo ampio sarebbe il campo adesso e il mio orizzonte di pensiero mi consente di parlare adesso di quello che mi è più vicino e che conosco meglio.

Molti riteniamo necessario ripartire da noi, per ritrovare ragione e sostanza nuova nel merito e nel metodo da offrire al Paese. E allora qualche frammento. Sia nel merito che nel metodo.

Nel merito: serve una riflessione permanente e comune sulle ragioni e sulle risposte ideali oltre che puntuali, tecniche o programmatiche ai disagi e ai problemi, come anche alle sfide del tempo presente. Vero è che alcune risposte e alcuni miglioramenti sono stati fatti, sul piano delle strutture e dei sistemi, ma non sono stati fatti miglioramenti sul piano del disagio del singolo, ovunque egli sia, donna, giovane, anziano, della periferia, del sud. Lo conoscevamo quel disagio, nei numeri e nell’entità, non siamo stati capaci di rispondere, questa è la verità.

“La risposta è dentro di te ed è sbagliata”. Li conoscevamo in astratto quei numeri ma non è così che funziona, bisogna incontrarli, uno ad uno, nei luoghi. Quel disagio c’è e va affrontato per primo, e nei modi che devono trovarsi insieme ai protagonisti del disagio, con proposte ideali e politiche, non solo tecniche. Serve anche una lingua, che non può essere ancora astratta e imposta, sennò rimane incomprensibile. “Non serve conoscere l’italiano per capire i bisogni della gente”, diceva Pio la Torre, però lui una lingua comune per farsi capire l’aveva.

Qualunque sia la lingua, bisogna farsi capire. E la lingua è quella dettata dai bisogni eterni da adattare a dinamiche nuove.

Le ideologie sono morte, gli ideali no e i disagi e le diseguaglianze contro cui combattere a me paiono sempre gli stessi dei tempi di Pio: bisogno materiale, disoccupazione e ignoranza.
Vogliamo chiamarle marginalità, globalizzazione e necessità di rifondare la sostanza della formazione? Tre bisogni e tre questioni, vive e accese, ovunque. Vogliamo chiamarla sinistra?

Vogliamo chiamarlo “l’oggi”? Vogliamo chiamarla “frontiera”? Io non so quale sia la parola che definisca il non più e il non ancora, ma certo è disagio. E’ sofferenza estrema. E’ disperazione. A cui dare diritto di cittadinanza, ecco. Non solo reddito. Perché non ti do i soldi e va bene così, devo capire, approfondire, ascoltare, governare, prevenire, delimitare, dare un nome, ripeto. E allora è un verbo, non un sostantivo, affrancarsi.

La riflessione esige discussione, cultura politica, confronto partecipato e mobilitazione, esige tempo e profondità, non l’istante o la superficialità. I problemi sono immensi e li conosciamo. I disagi degli ultimi, che non possono esaurirsi con prospettive, linguaggi e angoli di visuale di chi ultimo non è. Esige anche una lingua: per capire e farsi capire. Nel metodo.

Un partito non è fatto di like o di card o di gruppi social, ma è una comunità di militanti veri presenti nel territorio che va supportata, valorizzata, organizzata, informata e mobilitata. Un partito non è un cartello elettorale in stato di allerta perenne, ma è una realtà che rimane con le orecchie e gli occhi puntati sulla gente e che costruisce con essa, di cui non cavalca le paure e i disagi, ma li ascolta, li accoglie, li conosce, per offrire soluzioni o, quanto meno, provarci, in assetto dialogante e in presenza.

Il riformismo responsabile, senza le teste, le parole e le gambe di chi lo deve portare avanti, è una scatola vuota. Il riformismo progressista, senza i corpi intermedi e la loro funzione di cinghia di trasmissione e di elaborazione, diventa dirigismo
incompreso quando va bene, rifiutato quando scelte complesse e difficili non vengono costruite insieme.

La proposta politica senza la costruzione, la discussione, la condivisione reale, non solo elettorale, non solo con chi ci mette la faccia nei territori e ne conosce istanze e problemi, ma anche con quei numeri che numeri non sono ma che sarebbero comunità e paese, non funziona.

Saranno processi più lenti ma proficui e servono a tenere vivi i legami con i pezzi di popolo che rappresentano. La politica e le politiche, non le correnti, tornino a essere strumento di militanza nei circoli, le aree siano strumento di allargamento e non di divisione e allontanamento.

La rete non esaurisce la vita politica, non può essere un mero organo di trasmissione
unidirezionale, ma deve essere strumento di informazione, di mobilitazione, di partecipazione effettiva e multidirezionale, di facilitazione all’elaborazione comune. Strumento non fine.

Questi sono alcuni dei temi e tanti ce ne sono ancora, occorre ricostruire al centro come in periferia, al vertice come alle basi, che son radici.
Il me non funziona in un partito. Funziona il noi. Noi, gli iscritti, i militanti, gli elettori del Partito Democratico, che abbiamo forte per prima la responsabilità della nostra funzione nel Paese che c’è, non tanto nel governo che non c’è possiamo proporci la costruzione di una proposta che sia anche la ricostruzione di un’identità e di un’organizzazione: la ricostruzionedel PD.

Non serve in queste ore e in questi giorni, l’ho già scritto, la lapidazione del compagno o l’individuazione del colpevole, è una modalità, passatemi il termine “maschile” che non serve e non paga. Distrugge e non costruisce e ripropone una dinamica di logica di potere che lascia sullo sfondo inevase le questioni. Serve altro. Studio, riflessione, mobilitazione e coinvolgimento.

Vedi anche

Altri articoli