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Proviamo a fermare la deriva proporzionale

E’ dovere di un’opposizione che si sente solo provvisoriamente in tale collocazione, ossia che si considera Governo alternativo in attesa, avere la risposta pronta ad ogni quesito importate, anche su scenari non immediati e forse improbabili.

In particolare non può restare senza risposta la domanda: “Ma voi, se cadesse l’attuale Governo, cosa fareste?” Lo scenario non è affatto immediato, ma è comunque difficile ritenerlo improbabile dato che nel secondo sistema dei partiti nessun Governo ha coperto il quinquennio di legislatura e se vi siano stati spesso anche assestamenti nelle maggioranze.

Se cadesse il Governo, cadrebbe solo una formula politica o non cadrebbe con essa anche l’illusione che nel nostro sistema dei partiti, senza un verdetto chiaro delle elezioni (come avviene istituzionalmente per Comuni e Regioni) le intese post elettorali siano di per sé incapaci di produrre esiti stabili e coerenti? Se solo da noi viene scelto un Presidente del Consiglio dopo aver formato coalizione e programma, vedendolo solo come un esecutore, questo non segnala pesanti anomalie?

Per questa ragione dovremmo rispondere No alle due alternative più facili. La prima, quella che sta tornando nella pressione di alcuni media, è l’ipotesi di un’alleanza eterogenea col M5s, che subentrerebbe a quella anch’essa eterogenea (ma credo che lo sia meno, viste le posizioni sull’Ue) con la Lega. La seconda sarebbe quella di elezioni anticipate perché esse riprodurrebbero con tutta probabilità la difficoltà di comporre alleanze post-elettorali con un quadro frammentato e molto polarizzato.

Quale sarebbe allora la Terza Via? Un Governo di tregua per tornare al voto con una nuova forma di governo e una nuova legge elettorale. Per risolvere in modo democratico la questione della scelta diretta dei governanti in un quadro frammentato la soluzione più logica è il doppio turno. Esso è stato bocciato, in seguito all’esito del referendum, in una delle sue varianti. Resta l’altra, quella di un sistema semipresidenziale alla francese.

Ma se questa è la risposta più logica e se lo scenario non è affatto implausibile, tanto vale allora, per chi ovviamente nel Pd condivide quest’analisi e non si rassegna a una deriva proporzionalistica, convergere con altri in un intergruppo parlamentare per il semipresidenzialismo, a prescindere dalla collocazione parlamentare dei singoli eletti rispetto al Governo, in continuità con le riflessioni già svolte nell’assemblea di Orvieto dell’anno scorso.

Veniamo da una rimozione del tema dal dicembre 2016. Prima vi è stato lo choc della sconfitta, una reazione comprensibile, ma prendere atto di un risultato non significa rinunciare a proporre le proprie ragioni. Poi, dopo il risultato ancor più deludente delle Politiche, sì è aggiunto anche lo sconfittismo: essendo arrivati terzi, nonostante la mobilità altissima dell’elettorato, che tuttora persiste, il timore di arrivare terzi ha portato molti ad accantonare il doppio turno e ad immaginare che si possa utilizzare il potere di coalizione post-elettorale, smantellando la logica maggioritaria su cui si è costruito il Pd.

Ora è evidente che si è aperta dopo il referendum e la sentenza della Corte sulla legge elettorale una contraddizione tra la regressione proporzionalistica del sistema e lo Statuto Pd basato ancora sulla vocazione maggioritaria. Non si può quindi evitare di proporre una via d’uscita che superi questa contraddizione. Per noi che ci troviamo qui a Orvieto la risposta è chiara: è il sistema degli incentivi istituzionali che va riallineato e non viceversa. Per questo ben venga, anche con un contributo largo di chi
nel Pd è convinto di questo, il percorso che può nascere da un intergruppo parlamentare (semi) presidenzialista.

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