Perché i Cinque Stelle crollano al Sud

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Le percentuali bulgare, con punte che in alcuni casi hanno superato il 60%, sono un ricordo. Ecco perché

Chissà se il risultato delle elezioni amministrative dell’ultimo fine settimana può esser letto come la fine della luna di miele che il Movimento 5 Stelle credeva di aver iniziato con gli elettori italiani, soprattutto nel Mezzogiorno. Di sicuro c’è che le percentuali bulgare, con punte che in alcuni casi hanno superato il 60%, sono un ricordo.

I cittadini ci hanno detto che per guidare gli enti locali non basta la politica fatta dai leader sui social network o pensare che sia sufficiente il simbolo per conquistare consensi. E non serve nemmeno che il vicepremier violando il silenzio elettorale prometta l’aiuto del governo ai sindaci del Movimento.

Voglio citare alcuni esempi, perché i numeri, a volte, possono spiegare meglio di mille parole. A Orta di Atella, comune della Provincia di Caserta (dove sono stati eletti un deputato e un senatore) il M5S passa dal 67,6% al 10,76%; in Puglia a Monopoli il crollo è dal 46,1% al 5,01% e a Catania dal 47,2% al 15,91%.

C’è bisogno di radicamento, competenza, credibilità per ambire a guidare un ente locale. Fattori che gli elettori, probabilmente, ritengono determinanti per affidare alla classe politica le chiavi del comune di residenza, ben consci che dalla preferenza espressa dipenderà la qualità della propria vita e quella dei propri cari per i successivi cinque anni. Dal 4 marzo al 10 giugno sono passati poco più di novanta giorni, tutti caratterizzati da una estenuante trattativa politica, poi sfociata in una crisi istituzionale, per la costituzione di un esecutivo. Un governo a tutti i costi, che ha in Luigi Di Maio il principale regista. L’uomo di punta della Casaleggio Associati che ha svenduto in un contratto di chiara matrice leghista le istanze del Mezzogiorno. E non è forse un caso che nelle prime stesure di quello che è, data la genericità degli enunciati, un mero inciucio per il potere con la Lega, fosse completamente assente il Sud. Una mancanza cui hanno poi cercato di mettere rimedio nella versione finale, dove hanno scritto che lavoreranno per lo sviluppo omogeneo di tutte le aree del Paese e nominando un ministro, Barbara Lezzi, della quale ancora non conosciamo il piano d’azione. Del resto è un governo Di Maio-Salvini, gli unici ad avere la scena e ai quali finanche il presidente del Consiglio Conte deve chiedere il permesso su cosa dire.

Siamo di fronte alla negazione della specificità del meridione, cosa che ci preoccupa non poco perché purtroppo ci sono condizioni radicalmente diverse da quelle del nord. Qui la crisi ha prodotto effetti devastanti in termini di perdita di posti di lavoro e fuga di capitali. Credo perciò che quella specificità vada ritrovata e spero che il ministro Lezzi sia pronta a partire dal lavoro avviato con i governi Renzi e Gentiloni e portato avanti attraverso il ministro Claudio De Vincenti (i Patti con le regioni, il credito d’imposta, le zone economiche speciali, Resto al Sud etc.). Lo auspico, ma sono preoccupato perché in questi primi giorni di governo vedo un’azione tutta schiacciata sulle posizioni della Lega e di Salvini. Quest’ultimo, nonostante sulla carta dovrebbe essere il socio di minoranza della coalizione gialloverde, sta dettando i temi, le priorità, l’agenda della maggioranza di governo.

Nel Paese se ne sono accorti, infatti la Lega continua ad aumentare i propri consensi ed è sempre più il perno della coalizione di centrodestra. Dall’opposizione il Partito democratico attenderà al varco questo governo, pronto a sottolineare le priorità del Mezzogiorno: infrastrutture, investimenti, occupazione. Non certo l’assistenzialismo del reddito di cittadinanza, anche questo ad oggi sparito dalla propaganda grillina. Promesse da campagna elettorale, effimere. Come il consenso di chi pensava di avere il monopolio dell’elettorato, ma ha dovuto subito fare i conti con la realtà.

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