Perché ha funzionato il modello Livorno

Focus

Le caratteristiche indispensabili che ogni leadership di centrosinistra dovrà sapere disporre in campo per neutralizzare con efficacia le frecce avvelenate della retorica populista

La vittoria di Livorno, come spesso succede, origina nell’antefatto di una sconfitta. Cinque anni fa, arrivato primo ai ballottaggi, il Pd vide schierarsi contro una vera e propria conventio ad excludendum. Perché la verità è che, cinque anni fa, chiunque fosse stato il competitore del Pd al ballottaggio per il Comune di Livorno, avrebbe vinto. Nella percezione della città, infatti, il Pd aveva assunto, a torto e a ragione, la funzione di parafulmine di ogni scontento. A torto, perché le responsabilità imputate a quello che allora si chiamava “il partitone” avevano finito per eccedere i confini ragionevoli di ciò che si può ascrivere all’azione di governo, per declinarsi nella forma, sempre più tipica dell’era post ideologica, del capro espiatorio. A ragione tuttavia, perché di certo “il partitone” aveva perso il contatto autentico con la città, e, troppo avvezzo alla consuetudine del potere, aveva finito per chiudersi nei suoi palazzotti (siamo pur sempre in provincia) in una pratica sempre più sterile di difesa autoreferenziale del fortino.

Il competitore, attorno al quale si radunò la conventio ad excludendum, fu dunque il Movimento Cinque Stelle. Partì proprio da Livorno infatti quell’ascesa nel consenso che avrebbe poi portato il Movimento alla presa di Roma e all’affermazione delle elezioni politiche. Cinque anni dopo, nel segno della nemesi, uno scontento diffuso ha imputato proprio all’amministrazione uscente la stessa incapacità all’ascolto, la stessa chiusura alle istanze dei cittadini che erano valsi al Movimento la vittoria di cinque anni prima. Di più, la diffidenza stessa con cui il Movimento avevo approcciato la macchina amministrativa aveva finito per relegarlo in un altro fortino, altrettanto remoto e autoreferenziale di quello che avevano espugnato. Dal punto di vista meramente simbolico, la decisione di chiudere le porte del Comune era parsa come la rappresentazione plastica e tangibile di una volontà di lavorare a un progetto che si faceva forza solo di quella astratta volontà popolare che, in spregio ai corpi intermedi delle rappresentanze dei lavoratori, degli imprenditori, dei commercianti, e in spregio persino agli elementi apparentemente solo formali della vita democratica, è il marchio tipico di un populismo che, quando si arriva al dunque, di avere a che fare davvero col popolo proprio non ne vuole sapere. Il Movimento era così parso una sorta di corpo estraneo, trapiantato nella città e nelle sue istituzioni, senza che vi fosse stata nessuna reale accettazione delle complesso regole in cui si articola il linguaggio della democrazia. Il mito della rivoluzione palingenetica, animato dalla presunzione infondata di essere antropologicamente “diversi”, si era così schiantato, giorno dopo giorno, contro il principio di realtà rappresentato dalla pratica quotidiana di amministratori che univano a una certa dose di inesperienza una diffusa attitudine alla supponenza spocchiosa.

La vittoria di Salvetti, ovvero del primo candidato del centro sinistra che a Livorno non vestiva alcuna maglia di partito, ha dunque significato, nella sua stessa persona, una lezione appresa e messa a frutto. La sua stessa storia personale di giornalista, attento da vent’anni ai fatti della città, ha rappresentato infatti per i livornesi la garanzia di qualcuno che avesse al contempo l’autorevolezza di chi conosce davvero la città e la familiarità intima di un volto che già da sempre era entrato con garbo nelle loro case. Qualunque sia dunque la morale che si vorrà trarre del cosiddetto “modello Livorno”, queste sono intanto le caratteristiche indispensabili che ogni leadership di centrosinistra dovrà sapere disporre in campo per neutralizzare con efficacia le frecce avvelenate della retorica populista.

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