Perché il Renzi mediatore può avvicinare le urne a giugno

Focus

Le reazioni positive delle componenti alle aperture del segretario

L’apertura di Matteo Renzi è duplice: ad una gestione non più “solitaria” del partito e delle sue scelte («So che non posso più dettare la linea da solo»), e ad un ripristino del premio elettorale “alla coalizione” e non più “alla lista”. Questa è la ciccia. L’offerta alle minoranze.

Il resto, pur importante, è contorno: le primarie di coalizione (se si vota a giugno), il Congresso (se si vota a febbraio 2018)… Renzi è disponibile a tutto. Persino a far balenare l’idea di un incarico a Gentiloni o a Delrio. Ma per come ha messo le cose (al Tg1 e al Corriere della Sera, l’intervista dell’ “ho tirato malissimo un rigore”) paradossalmente la “sua” ipotesi, le elezioni a giungo, si rafforza. Perché?

Perché con la duplice offerta il segretario viene pienamente incontro alla richiesta di una conduzione del Pd più aperta e plurale – non diciamo unitaria, che è aggettivo di un’altra fase – in chiara discontinuità con il Renzi che abbiamo visto sin qui. Ha risposto indirettamente a Matteo Richetti, che alla Verità, aveva detto: “Matteo è un leader. Ma deve aprire una fase di coinvolgimento e dialogo vero. Confronto, ascolto e decisioni. Non può essere tutto concentrato su di lui”. Un concetto – fra parentesi – condiviso da tanti parlamentari e dirigenti che pure sostengono Renzi.

Fra alcuni renziani doc trapela un certo smarrimento per le continue novità che vengono dal segretario. Ma Alessia Morani non ha dubbi: “Renzi ha fatto la prima vera uscita da segretario del Pd. Oggi ha messo in pratica ciò che aveva detto all’assemblea di Rimini, ha alzato lo sguardo lasciandosi alle spalle le beghe di partito e puntando invece alla sua unità, che è un valore per il destino di tutti. sappiamo che la carta vincente è un Pd  forte e unito e il segretario oggi si è preso sulle spalle la responsabilità di portare avanti il progetto democratico”.

Da leader del Giglio magico a leader del partito. Un salto non facile, per uno come lui: eppure nei suoi conciliaboli c’è traccia di andare alle decisioni “tutto insieme, tutto il gruppo dirigente”. Si è parlato persino di “caminetti” (ne abbiamo scritto un po’ provocatoriamente qui), e in effetti al Nazareno in questi giorni c’è stata una girandola di incontri. Una gestione più collegiale – inutile dirlo – semplifica anche il problema della composizione delle liste: tutte le aree vogliono questa assicurazione, che le liste non le farà il segretario da solo.

Solo con Bersani il filo non è stato personalmente ancora riannodato, sebbene non manchino i contatti fra Guerini e Orfini con Speranza e i bersaniani. Ma anche per l’ex segretario c’è una notevole apertura di Renzi: “Non ho problemi a fare il Congresso – ha detto a Massimo Franco – volevo farlo a dicembre ma me l’hanno impedito. E adesso lo invocano…”.

E poi c’è l’altra novità, che sarà gradita dai bersaniani e da Dario Franceschini (qui la sintesi dell’intervista al Corriere) la disponibilità a modificare la legge elettorale inserendo il premio alla coalizione. Una mossa che accende i riflettori sia su Pisapia che su Alfano e che in un certo senso “tranquillizza” gli “amici” del primo e del secondo.

Sul premio alla coalizione Renzi mette d’accordo le componenti del Pd e in più spera in Berlusconi, così che non c’è più bisogno di un Grillo peraltro in tutt’altre faccende affacendato (il caso Raggi) o della Lega. Niente assi strani, su questa ipotesi la maggioranza di governo c’è, e se arriva Forza Italia tanto meglio.

Un quadro più ordinato, dunque, potrebbe agevolare le urne e il ritorno del centro sinistra, vincere e convincere. Lo nota Beppe Fioroni: “Renzi ha fatto uno sforzo notevole di apertura, che può consentire di tenete unito il Pd, dal progetto politico, alla coalizione da costruire, alla composizione delle migliori liste possibili. Se questo clima si realizza, il voto a giugno non è un tabù”.

Non che ora i dissensi rientrino. Ma almeno ci può essere un clima diverso: Renzi ne ha bisogno, in questa fase. Un oppositore forte del segretario come Francesco Boccia afferma: “In queste ore percepisco passi in avanti, si è passati dalla corsa forsennata al ‘voto subito’ al buon senso che mette davanti i problemi degli italiani”.

Persino un competitor come Enrico Rossi coglie positivamente le novità: “Renzi ha fatto bene a fare dichiarazioni distensive sul voto e sul congresso. Ora, più che fare caminetti con i big del partito, Renzi ci sfidi tutti ad avanzare proposte per i problemi del Paese”.

Ecco, il tema torna ad essere quello dei contenuti. Del messaggio. Dice infatti Gianni Cuperlo (che domani terrà un’assemblea della sua area – in diretta streaming su Unità.tv dalle 10,30): “Domani spiegherò perché bisogna che ricominciamo a discutere bene. Io considero assurdo che non si sia mai aperta una vera riflessione sulla sconfitta del 4 dicembre, senza capire dove abbiamo sbagliato non potremo mai correggere la rotta”.

La “rotta” verrà decisa dalla Direzione del 13 febbraio, senza spargimenti di sangue o rese dei conti. Sembra, almeno.

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