Perchè il M5s ha paura di Francesco

Focus

Bergoglio ha paragonato la fase attuale a quella in cui si svilupparono i germi del totalitarismo, delle teorie della razza, dell’avvento del fascismo in Europa

Il vescovo di Roma resta in piedi, quasi in solitudine, a contrastare l’onda nazionalista e xenofoba che sta percorrendo il mondo. Di certo il magistero di Francesco, la perseveranza stessa con cui il Papa lo va diffondendo, è uno di quei fatti imprevisti della storia destinato a lasciare un segno profondo in un’epoca; sembra quasi un incidente di percorso, uno scarto laterale degli eventi non calcolato da nessun blog, da nessuna campagna mediatica propagandistica, da nessun ‘imprenditore della paura’.  Lunedì 7 gennaio Francesco, in Vaticano, nel tradizionale incontro d’inizio anno con decine di ambasciatori accreditati presso la Santa Sede, è tornato a enunciare la sua visione delle cose esercitando in pieno quella leadership mondiale che è tipica dei momenti più alti della storia del papato e della Chiesa universale.

Francesco è un avversario temibile per i leader delle destre sovraniste perché fin dal principio del pontificato ha portato la Chiesa – non senza incontrare ostacoli all’interno del suo stesso mondo – sul fronte di una globalizzazione aperta, solidale, che comprendesse diritti e giustizia, che guardasse agli ‘scartati’, ai poveri, ai migranti con senso di umanità, che non riducesse le culture dei popoli del sud del mondo e le tradizioni ‘locali’ in generale, a puro folklore. Ha criticato nel dettaglio il prevalere della finanza sull’economia reale, la logica del profitto come valore assoluto, la proiezione di un mondo unidimensionale dove pochi grandi soggetti economici e politici dettassero le regole dei consumi e degli stili di vita a tutti; ha collaborato attivamente con i leader di vari Paesi sul tema cruciale del riscaldamento globale del Pianeta, in linea con i suoi predecessori ha promosso negoziati di pace ovunque fosse possibile, ha favorito il dialogo fra fedi e culture diverse.

Allo stesso tempo, la strada indicata dal Papa è quella dell’integrazione fra le nazioni, della collaborazione fra i governi, dei negoziati per sciogliere le contese politiche e militari, del ruolo decisivo degli organismi internazionali: è il tradizionale multilateralismo diplomatico della Santa sede aggiornato ai tempi. Il contrario esatto del nazionalismo fondato sulla paura, della costruzione artificiale del nemico, del ‘prima noi’ a qualunque costo.

Francesco ha frequentato in modo consapevole e orgoglioso il concetto di ‘patria’ quando era arcivescovo di Buenos Aires – per esempio nel caso delle isole Falklands-Malvinas contese con il Regno Unito – è stato ed è realmente un leader popolare amato e detestato; per questo  il suo universalismo ha la caratura dell’annuncio cristiano che riguarda ogni donna e ogni uomo (e dialoga anche con i non credenti) ma poggia – contemporaneamente – sulla valorizzazione di ogni singola componete sociale, popolare e nazionale intese come rappresentazione della ricchezza e della varietà dell’unica famiglia umana.

Bergoglio sfugge alle categorie rozze del populismo di casa nostra, non a caso i Cinquestelle si guardano bene dal misurarsi con lui, preferiscono ignorarlo, fare finta di niente per cercare di nascondere il disagio; il leghismo salviniano, coerente in questo con a Lega nord bossiana, è costretta invece allo scontro frontale con il Papa sul tema epocale delle migrazioni. Ma proprio qui, nelle ultime settimane, è accaduto qualcosa: la Chiesa italiana in quasi tutte le sue componenti si è ritrovata a fianco di Francesco, le voci dei vescovi in conflitto con le politiche del governo si sono moltiplicate, il ‘dl sicurezza’ viene contestato apertamente per i suoi profili di incostituzionalità mentre cresce l’allarme per un tessuto sociale che comincia a sfilacciarsi, per un clima in cui politici-apprendisti stregoni esorcizzano le difficoltà crescenti di governo con l’indicazione di sempre nuovi capri espiatori all’opinione pubblica.

Di fronte al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, Francesco ha parlato, in tal senso, di “atteggiamenti” che “rimandano al periodo tra le due guerre mondiali, durante il quale le propensioni populistiche e nazionalistiche prevalsero sull’azione della Società delle Nazioni”. Forse c’è stato qualche pudore nei media in proposito, ma di fatto Bergoglio ha paragonato la fase attuale a quella in cui si svilupparono – in ragione di un intreccio di cause sociali e politiche – i germi del totalitarismo, delle teorie della razza, dell’avvento del fascismo in Europa. Allarme dunque non da poco quello lanciato da Francesco, che ha anche un’altra ragione. Da Giovanni XXIII in poi i papi che si sono succeduti hanno deciso di non far più prevalere più – per quanto possibile – la ragion di Stato sulla parola detta in pubblico, cioè sulla testimonianza, anche a costo di sbagliare. Siamo dunque all’interno di una scelta, di un insieme di scelte, che ricollocano il cristianesimo e il cristiano nella modernità tenendo ben presente la lezione della storia.

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