Perché Teresa May non ci mancherà

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La premier britannica lascia il Regno Unito ancora più diviso di prima, senza una prospettiva e nella più grande incertezza

Oggi la Premier Theresa May si è dimessa dopo mesi se non anni di lenta agonia politica. Un’agonia iniziata già nel 2017 a seguito del cattivo risultato delle elezioni politiche – malgrado il 36% fu costretta alla coalizione con gli unionisti protestanti irlandesi del DUP, una condizione che si rivelò fatale quando nei negoziati si affrontò il tema del confine tra Eire e Irlanda del Nord – e aggravatasi dalle tre imbarazzanti sconfitte in Parlamento sull’accordo di recesso che il suo governo aveva negoziato con l’Unione Europea. Il colpo di grazia è arrivato con le elezioni europee. I britannici hanno già votato ieri e, anche se conosceremo i risultati solo domenica sera, tutti i sondaggi indicano i Tories tra il 10 e il 15%, un risultato a dir poco catastrofico (nel 2014 i conservatori con Cameron ottennero il 27.4%).

Una fine ironica per un governo che  prometteva di fare la Brexit costi quel che costi,  partendo da una posizione intransigente nei negoziati con l’UE ( secondo il principio del ‘better a no deal than a bad deal’, ovvero meglio uscire senza accordo che con un brutto accordo), essere poi costretti non solo a chiedere un rinvio dopo l’altro per scongiurare il ‘no deal’– già di per se un’eresia nella patria della programmazione – ma anche essere costretti a partecipare e straperdere alle elezioni dell’organo da cui si vuole uscire e contro il quale si erano scagliati tanti esponenti di spicco del partito conservatore, a cominciare dal candidato favorito per la nuova leadership, Boris Johnson, che non fa mistero di voler uscire dall’Unione Europea senza accordo.

Theresa May lascia il Regno Unito ancora più diviso di prima, senza una prospettiva e nella più grande incertezza. Ora il partito conservatore dovrà eleggere un nuovo leader e quindi un nuovo Primo Ministro. Le elezioni del leader, la ‘leadership contest’ avviene in una prima fase solo tra i parlamentari e in assenza di convergenza su un unico nome, si passa a una seconda fase in cui viene coinvolta la base, ovvero i 100,000 iscritti del partito conservatore, in stra-grande maggioranza bianchi, uomini e pensionati, che potrebbero quindi decidere del destino di un paese di oltre 60 milioni di abitanti. Difficile dire chi vincerà, ci sono molti aspiranti contendenti. Il favorito, Boris Johnson, è molto popolare nella base ma poco tra i parlamentari. Inoltre storicamente nel partito conservatore il favorito non viene mai eletto (la May fu la prima eccezione dopo tantissimi anni). Molto dipenderà da cosa farà Michael Gove, molto influente tra i parlamentari e forte del sostegno di Murdoch. Neo-liberali come Dominic Raab e Liz Truss potrebbero giocare un ruolo importante come anche l’ormai ex Ministro degli Interni, Sajid Javid o la giovane Amber Rudd, molto in sintonia con il tipo di conservatismo che rappresentava la May. Difficile prevedere il futuro, ma se oggi è il tempo di bilanci, il giudizio sulla May non può che essere pessimo.

Come Primo Ministro ha sempre scelto di non scegliere. Un’azione politica sempre dettata dal tatticismo e dalla contingenza senza decisioni nette se non quando non aveva alternative, quando invece il Regno aveva bisogno di una guida forte in uno dei momenti più delicati della sua storia. Malgrado il tanto tempo impiegato in negoziati infiniti con l’UE, il proprio partito e da ultima l’opposizione, il governo May ha comunque trovato il tempo di introdurre il terribile ”universal credit’ per comprimere la spesa sociale e ‘combattere l’azzardo morale’ a scapito delle classi più deboli, ovvero un sistema che imponeva un tett  massimo per ogni individuo o nucleo famigliare alle varie prestazioni o aiuti sociali che riceveva dallo Stato, senza ovviamente trovare il tempo di affrontare il precariato nel mondo del lavoro come la piaga delle zero-contract hours, contratti per lavoro a cottimo con zero tutele ormai molto diffusi. Come Ministro degli Interni Theresa May ha inaugurato l”hostile environment’ ben prima del referendum sulla Brexit, un nuovo regime procedurale che ha reso la vita impossibile a migliaia di lavoratori immigrati (famosa la frase della May ‘prima li deportiamo, poi ascoltiamo i ricorsi’) fino a farci sentire noi europei stranieri in quella che secondo i trattati doveva essere anche casa nostra. Come Tory ha avallato le scelte di drastica austerità che hanno portato in ginocchio gli enti locali e triplicato le tasse universitarie. Le dimissioni della May oggi sono l’ennesimo capitolo di una classe dirigente conservatrice frazionata da atroci lotte intestine, totalmente inadatta a guidare un grande paese come il Regno Unito, che si meriterebbe molto di più.

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