Addio a Philip Roth, l’anticonformista

Focus

“Amava raccontare storie – ricorda l’amica inglese Hermione Lee – e amava le battute terribili”

La grandezza della figura di Philp Roth, morto martedì notte a 85 anni, non si ritrova nelle parole di cordoglio che oggi il mondo gli sta tributando ma nelle celebrazioni che il suo lavoro ha ricevuto quando ancora era in vita.

Roth ha conquistato la vetta sin dalle sue prime opere, e con ‘Pastorale americana’ ha iniziato una lunga carriera costellata di riconoscimenti nazionali e internazionali, a cui è mancato solo il Nobel, ostinatamente negato fino alla fine dall’Accademia di Stoccolma, nonostante le quotazioni che per molti anni lo hanno visto tra i probabili vincitori. Almeno fino a quando nel 2012, dopo trentuno libri tra cui capolavori come ‘Il teatro di Sabbath‘, ‘Lamento di Portnoy‘, ‘Goodbye Columbus‘, annunciò, con una decisione che scosse il mondo letterario, il suo addio alla scrittura.

Ne aveva parlato anche in una recente intervista del 2017 dove considerava la “rarefazione dei lettori seri” per la scarsa concentrazione dovuta ai nuovi mezzi di comunicazione come un evento irreversibile. “Penso che l’estinzione di un pubblico di lettori seri – aveva risposto – peggiori ad ogni decennio. Non vedo che cosa possa invertire questa tendenza”.

E forse l’elezione di Donald Trump non lo aiutò a cambiare idea su un declino della società americana che gli sembrava così lampante e inarrestabile. Di sicuro con il nuovo presidente degli Stati Uniti non era stato docile. In una delle sue ultime interviste, al New York Times lo scorso gennaio, sparò a zero contro The Donald: dalla sua casa nell’Upper West Side, apparentemente ancora in buona salute, lo scrittore definì il presidente tycoon “il personaggio del buffone vanaglorioso della commedia dell’arte”. Trump, aveva detto Roth all’intervistatore Charles McGrath, è “una frode massiccia, la somma malvagia di tutte le sue deficienze, privo di tutto se non la vacua ideologia di un megalomane”.

Battute del genere non sono nuove per Roth. Anzi facevano parte della sua caratura. Lo conferma anche il ricordo che fa di lui l’amica inglese Hermione Lee, insigne storica della letteratura inglese dell’Università di Oxford, preside del Wolfson College, socia della British Academy e della Royal Society of Literature che ha definito Roth un uomo “molto generoso, e anche feroce ed esigente”. “Amava raccontare storie – ricorda Lee – e amava le battute terribili”.

Nonostante il fatto che sarà per sempre ricordato per quello che ha scritto, l’ultima parte della sua vita Roth l’aveva dedicata ad altro e lo aveva rivendicato, quasi fosse una liberazione. Nella penultima intervista aveva confermato la sua visione desolante per il futuro della letteratura e alla domanda se non sentisse il desiderio di tornare a pubblicare, l’autore affermava: ”Mi creda, mi sento meglio perché non ho più scritto una parola di fiction dal 2009. Io non desidero scrivere romanzi. Quel che ho fatto, ho fatto. C’è altro nella vita oltre alla scrittura e alla pubblicazioni di libri. C’è un altro modo di essere, io stesso sono stupito e amo scoprirlo fino alla fine”.

 


LEGGI ANCHE: Philip Roth e l’ultima trasposizione cinematografica di American Pastoral

Vuoi ricevere Democratica sulla tua email?

Iscriviti alla nostra Newsletter!

Ricevi le notizie di Democratica una volta al giorno direttamente nella tua email.

Vedi anche

Altri articoli