Piazza della Loggia, il dolore 45 anni dopo la strage nera

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Al mattino del 28 maggio 1974, a Brescia, esplode una bomba: 8 morti e 102 feriti. Di quella strage oggi sappiamo la verità: la mano assassina era fascista.

Le innocenti vite spezzate quella mattina del 28 maggio 1974, lo strazio dei familiari, il dolore dei feriti, l’oltraggio inferto a Brescia e all’intera comunità nazionale dai terroristi assassini sono parte della memoria indelebile della Repubblica”. Sono le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella per l’anniversario della strage di Piazza della Loggia.

Alle ore 10.12 del 28 maggio di quarantacinque anni fa, mentre si sta tenendo il comizio del sindacalista della Cisl Franco Castrezzati e del deputato del Pci Adelio Terraroli contro i continui attentati neofascisti che avvenivano da alcuni mesi a Brescia, esplode una bomba, quasi un chilo di esplosivo. Anche quella mattina degli anni Settanta pioveva, sembrava un giorno d’autunno come quello di quest’anno. Ci furono 8 morti e 102 feriti: la vittima più giovane si chiamava Luigi Pinto, aveva 25 anni, insegnante; quella più anziana è Euplo Natali, 69 anni ed era un ex partigiano.

Purtroppo – scrive oggi il presidente della Camera Roberto Ficosu quelle pagine di storia per troppo tempo è stata fornita soltanto una parziale e sofferta verità fatta di depistaggi, di complicità, di omicidi impuniti e di mandanti ipotizzati: un inaccettabile cono d’ombra che ha penalizzato la nostra democrazia“.

Il ‘troppo tempo’ si è misurato in decenni, perché ci sono voluti 43 anni, 3 inchieste e 11 processi per arrivare alla verità: furono mani fascista a collocare e far detonare l’esplosivo da cava in un cestino dei rifiuti sul lato est della piazza, sotto i portici.

La decisione di mettere una bomba, di proseguire la strategia del terrore attraverso stragi che colpivano indiscriminatamente tutti, era tutta di matrice fascista, nata dentro il movimento politico di estrema destra Ordine Nuovo (disciolto per terrorismo nel 1973 e poi entrato in clandestinità) e coperta da una parte dei servizi segreti italiani.

Fu un filo nero, insomma, a tessere la trama di morte, un filo iniziato con piazza Fontana nel 1969, proseguito con la bomba alla questura di Milano nel 1973, e che continuerà con la strage dell’Italicus nell’agosto 1974. Quell’anno, il 1974, vede la fine della dittatura salazarista in Portogallo, con la ‘rivoluzione dei garofani’, e della dittatura dei colonnelli in Grecia. In Italia cambia la strategia della tensione. Edgardo Sogno elabora il progetto di un colpo di stato, il “golpe bianco” anticomunista che è solo l’ultimo della lista, preceduto nel 1964 dal piano Solo del generale De Lorenzo e nel 1970 dal tentato golpe del ‘principe nero’ Junio Valerio Borghese.

Di quella strage oggi sappiamo la verità e attraverso quella storia tragica possiamo capire cosa successe anche per altri attentati, per altre stragi dove la verità giudiziaria non è ancora arrivata, ma quella storica sì: in Italia ci fu una parte dell’estrema destra neofascista che si impegnò, protetta anche da settori interi dei servizi segreti, in una sanguinosa strategia della tensione fatta di stragi, con l’obbiettivo di abbattere la democrazia repubblicana nel nostro Paese.

E non è questione di ricordare il passato. Lo ha ben rimarcato Marco Bentivogli, segretario FIM – CISL: “Non è finito il tempo in cui tenere alta la guardia contro ogni forma di violenza, di fanatismo, di terrorismo. Gli episodi di rigurgiti neofascisti e di intolleranza verso l’altro sono sempre più tollerati e accarezzati da una certa politica, e se è vero, che la storia non si ripete mai nello stesso modo, non vanno però commessi gli errori del passato ed episodi che inneggiano al fascismo, al nazismo vanno combattuti e puniti come previsto dalla legge”.

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