Piazza Tienanmen, 30 anni dopo è ancora censura

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Nella notte tra il 3 e il 4 giugno veniva repressa nel sangue la protesta degli studenti

Nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989 i carri armati dell’Esercito di Liberazione Popolare cinese uccisero a Piazza Tienanmen centinaia di persone, mettendo fine alle proteste degli studenti che reclamavano la democrazia. Le manifestazioni erano iniziate un mese e mezzo prima: il 15 aprile 1989. Dopo la morte di Hu Yaobang, l’ex-capo del Partito comunista e sostenitore di riforme democratiche, circa 100mila studenti si erano riuniti per commemorare il leader ed esprimere la loro insoddisfazione verso il governo di Pechino. A loro si unirono anche operai, intellettuali e altri funzionari pubblici.

La situazione peggiorò il 13 maggio quando, dopo aver chiesto inutilmente di incontrare i rappresentanti del governo e dopo essere stati accusati di complotto, gli studenti iniziarono uno sciopero della fame. Qualche giorno più tardi, il governo approvò infatti la legge marziale e il 3 giugno diede infine l’ordine di sgomberare la piazza. In quell’anno, quello della caduta del Muro, molti regimi comunisti furono rovesciati in Europa.

Quella notte del 1989 settemila persone rimasero ferite e altre morirono, anche se a distanza di 30 anni non ci sono ancora dati universalmente riconosciuti sul numero delle vittime. Il governo ha sempre parlato di 300 uccisioni, ma secondo le organizzazioni di diritti umani e i familiari dei cittadini scesi in piazza furono molte di più, nell’ordine delle migliaia.

Nel paese orientale le commemorazioni ufficiali sono vietate, e il governo è riuscito a identificare e censurare moltissimi contenuti online che riportavano a galla questa terribile pagina di storia cinese. Da Pechino sono filtrate voci che ancora rivendicano l’utilità – anche se non la giustizia – della repressione. Quest’anno la vicinanza al 70esimo anniversario della nascita della Repubblica popolare il prossimo ottobre rende quei fatti ancor più significativi .

Gli Usa – per voce del segretario di Stato Mike Pompeo, dopo avere parlato di speranze “svanite” per una società più aperta nel Paese estremo-orientale – hanno invitato Pechino “a rendere completamente e pubblicamente conto delle persone uccise o scomparse per dare conforto alle molte vittime di questo oscuro capitolo della storia”.

Con “il pretesto dei diritti umani”, Pompeo è intervenuto “grossolanamente negli affari interni della Cina”, si legge in una nota dell’ambasciata cinese a Washington. “E’ un affronto al popolo cinese e una grave violazione del diritto internazionale”.

Ancora oggi piazza Tienanmen resta un luogo esemplare del Paese, vetrina delle sue contraddizioni.

 

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