“Dalla terra alla meccanica, ecco la nostra industria senza tutele”. Parla il fondatore di Competere

Focus

Intervista a Pietro Paganini, professore aggiunto in Business Administration presso la John Cabot University di Roma: “Nel lungo termine sono gli accordi, cioè il bilanciamento tra interessi, a garantire crescita e stabilità”

L’Italia non sa tutelare a sufficienza la proprietà intellettuale, né quella dei beni fisici.

Lo rivela uno studiorealizzato dalla Property Rights Alliance, di cui fa parte il think thank italiano Competere.eu e presentato di recente a  Johannesburg. 

Il nostro Paese si posiziona al 50esimo livello dell’International Property Rights Index 2018 (Indice Internazionale sulla tutela dei Diritti Di Proprietà), in una classifica di oltre 125 Nazioni, rappresentanti il 98 per cento del Prodotto Interno Lordo mondiale ed il 93 per cento della popolazione. L’Italia, dopo il Botswana e subito prima della Jamaica,  perde una posizione rispetto al 2017 e ben 10 rispetto al 2014 con un punteggio finale di 5.9.

Buone le posizioni di Finlandia (8.7), Nuova Zelanda (8.6), Svizzera (8.6), Norvegia (8.5) e Singapore (8.4).

L’indice si compone di tre voci principali che riguardano il “sistema politico e giuridico”, la “tutela dei diritti fisici” e la “tutela dei diritti intellettuali”. Per la prima volta, gli Stati Uniti non sono più al primo posto per quanto riguarda la voce “tutela della proprietà intellettuale”, cedendo il primato alla Finlandia. L’Italia è insufficiente nelle prime due voci, soprattutto per quanto riguarda la stabilità politica e l’efficienza e l’efficacia della giustizia civile, oltre agli alti livelli di corruzione percepiti, e l’insufficiente tutela della proprietà fisica. Non riesce ad andare oltre un punteggio di 5.9.

Ma cosa perde un Paese che tutela male la proprietà privata e quali misure si possono adottare subito?

Ne abbiamo parlato con Pietro Paganini, fondatore di Competere e professore aggiunto in Business Administration presso la John Cabot University di Roma, dove insegna Management e Management dell’Innovazione.

Professore, intanto si può quantificare il danno economico subito dall’Italia rispetto al 2014?
Al momento no, possiamo solo ricavare delle stime. La mancanza di dati dovrebbe stimolare il governo, le istituzioni preposte e le associazioni di imprenditori, ad elaborare degli studi precisi. Tuttavia, se consideriamo che la nostra economia si fonda sulle PMI, le quali non sono in grado di tutelare, per esempio, la proprietà intellettuale sul mercato globale, rispetto alle multinazionali o addirittura ai governi, come quello cinese, possiamo facilmente comprendere come la nostra industria soffra l’assenza di tutele. Che siano i prodotti della terra o della meccanica il danno è evidente. Solo in Cina il mercato della contraffazione, per esempio, vale 500 miliardi.

Dunque, nessuna distinzione tra beni fisici e conoscenze?
Certo. Il tema non si limita solo alla proprietà intellettuale. Esso riguarda per esempio, anche l’accesso alla proprietà fisica, quindi l’acquisto di terreni, abitazioni, capannoni, o macchinari. I mutui, per capirci. Durante la fase di recessione, l’accesso ai mutui è stato difficile. Conosciamo le conseguenze sull’economia.

Ma perché il nostro Paese non riesce ad assicurare la tutela di questi diritti? C’è una sorta di avversione culturale?
Siamo un Paese molto strano in questo. Vi è una propensione a possedere – pensiamo all’acquisto di case – che riflette l’idea di accumulo come sicurezza per il futuro. Ma vi è anche molto diffusa l’idea che la proprietà altrui sia il frutto di attività illecite o, comunque, compiute al di fuori delle regole. Da qui l’idea che sia lo Stato a dover possedere e controllare. Lo Stato è e dovrebbe essere moralmente superiore. È una visione marxista, antica, del vivere comune, in cui la responsabilità individuale è sostanzialmente negata. Detto questo, in Italia le regole ci sono, e sono conformi al diritto europeo.

Ma?
Piuttosto non siamo capaci di farle applicare e intervenire con le relative sanzioni. E’ un problema di cattiva burocrazia. Più che nei mancati controlli, che restano deboli, le responsabilità sono principalmente da ricercare nella giustizia. La contraffazione è il migliore esempio, ancora una volta. Si confiscano i beni di chi è stato pescato a contraffare, ma non si fa in modo che non ripeta l’illecito. In altre parole, i colpevoli la fanno franca, ed essendo reati cosiddetti astratti, senza danni diretti alle persone, non si percepisce il trauma indiretto sull’economia. In Italia si sta brevettando molto in questi ultimi anni. Ma farlo costa. Si va all’estero dove è più semplice e dove lo Stato è capace di maggiore tutela, proprio perché ne comprende il valore economico. Il malfunzionamento della macchina pubblica vale anche per la proprietà fisica. Si pensi ai contenziosi che possono durare anni.

Ritiene che la politica sia sensibile a questo tema?
Ci sono stati parlamentari sensibili. Ma mai un intervento collegiale, cioè, parte di un progetto politico più ampio e consapevole. Gli ultimi governi, soprattutto quello Monti, hanno contribuito molto a migliorare la tutela della proprietà dal punto di vista delle norme e, soprattutto, degli incentivi economici per chi può fare innovazione, facilitando e incentivando l’accesso ai brevetti. Questo è stato consentito da un cambiamento culturale più generale che ha coinvolto una parte, seppure minore, degli operatori economici, imprenditori e manager. Nulla però, è stato fatto per risolvere il vero problema.

Che è?
Quello dei controlli, ma soprattutto delle sanzioni. Così, poco è stato fatto per assistere le nostre imprese all’estero o da attacchi provenienti dall’estero. Tradotto, la politica ha fatto il suo, poco, ma ancora una volta, nulla ha potuto o voluto fare rispetto alla burocrazia. Aggiungiamo la giustizia e le nostre istituzioni preposte al commercio con l’estero, ambasciate in testa.

Qualche miglioramento in Italia si è avuto grazie anche ad alcune recenti modifiche normative e l’impulso dell’Unione europea. Ad esempio, le agevolazioni derivanti dal cosiddetto patent box. Di cosa si tratta?
È uno strumento che prevede un regime opzionale di tassazione per i redditi derivanti dall’utilizzo di software protetto da copyright, brevetti industriali, disegni e modelli, nonché di processi, formule e informazioni relativi ad esperienze acquisite nel campo industriale, commerciale o scientifico giuridicamente tutelabili. Ma come ho detto, questi sono miglioramenti importanti, ma che non risolvono il problema, descritto dal rapporto.

Cosa si aspetta dal governo attuale e cosa possono fare subito Pmi e start up innovative per sensibilizzare l’attuale esecutivo?
Le PMI devono continuare nel loro lavoro straordinario, ma come sistema devono: sensibilizzare il proprio settore ad innovare e brevettare quanto di buono fanno, spronare la politica a migliorare la tutela della proprietà quando operano nel mercato globale, chiedere come cittadini che chi prevarica la proprietà altrui, paghi.

Per la prima volta gli Stati Uniti non sono al primo posto per la tutela della proprietà intellettuale. Perché secondo lei e perché performances migliori da parte della Finlandia e nuova Zelanda?
Finlandia e Nuova Zelanda, ma in generale i Paesi scandinavi e di matrice anglosassone hanno sempre avuto attenzione per la proprietà, sia per il principio – che è un diritto – sia perché ne colgono le ricadute economiche. L’alternanza in cima alle classifiche è sempre positiva. Non credo siano gli Usa a non fare bene, ma altri Paesi, la Finlandia appunto, a fare meglio. Questo è un merito, ed un esempio da emulare.

Quanto danno possono creare misure protezionistiche sulle nostre proprietà fisiche e intellettuali? E come far capire che i diritti di proprietà sono un indicatore chiave del successo economico e della stabilità politica, oltreché una componente fondamentale dell’innovazione, quindi della crescita di un Paase?
Con i fatti. I principi del libero mercato sono confermati dai fatti. Punizioni per i player che non li rispettano. Prendiamo la Cina, per esempio. I dazi possono essere usati come leva negoziale, e a volte come strumento di tutela. Ma nel lungo termine sono gli accordi, cioè il bilanciamento tra interessi, a garantire crescita e stabilità. Consideriamo, altro esempio, il Ceta, che protegge molti prodotti Dop anche se non tutti, più dell’assenza di un accordo. Il guaio è che non si comprende il valore del compromesso. Senza accordi, non si può tutelare niente.

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