Lo spettro della recessione: meno crescita, più disoccupati

Focus

È la prima volta dal 2014 che il prodotto interno lordo registra un trimestre col segno meno

Sempre peggio. La disoccupazione continua ad aumentare e il Pil diminuisce per la prima volta da 2014. I dati diffusi oggi dall’Istat fotografano un’economia in affanno e fanno riflettere sulla possibilità che si raggiungano le stime del governo. Ed è chiaro che in un periodo di incertezza politica – escalation di tensione con l’Ue, contrasti interni alla maggioranza – non giova una notizia del genere, che vede un Pil negativo, seppur dello 0,1%. Soprattutto perché arriva dopo 14 trimestri consecutivi di crescita. Quello di oggi è un dato allarmante, perché si tratta di un pericoloso antipasto di una possibile recessione (nel quale un Paese entra – lo ricordiamo – dopo tre trimestri negativi consecutivi).

Ma se da un lato il premier Conte commenta il Pil dicendo “lo faremo crescere”, prendendone in qualche modo atto, il ministro del Lavoro prova invece a scaricare le colpe sul governo precedente. Secondo Luigi Di Maio, “l’ultima manovra, quella del governo Gentiloni non era espansiva e non ha funzionato”. Peccato solo che il capo dei Cinque stelle – forse per qualche imbarazzo politico e non solo – dimentichi che il suo governo è in carica ormai da mesi e che il suo tanto sbandierato decreto sul lavoro ha generato finora una decrescita (non proprio felice) di circa 40mila posti di lavoro.

“Questo le dice lei!”, direbbe forse la sottosegretaria Laura Castelli riferendosi all’Istat. Il punto evidente, però, è che analizzando con cognizione di causa i dati della nostra economia viene fuori un risultato incontestabile: da quando è in vigore il decreto Di Maio (quello che avrebbe dovuto piegare il precariato), il trend dell’occupazione ha invertito la sua l’inclinazione, diventando negativo.

Una coincidenza? Chissà. Agli economisti l’ardua sentenza. Intanto però l’Istat ha registrato che a novembre il tasso di disoccupazione è cresciuto in modo consistente, segnando l’aumento maggiore nell’Ue.

Di certo non aiuterà molto l’atteggiamento politico di dare la colpa agli altri, né tantomeno pronunciare pericolose parole come quelle che abbiamo ascoltato in questi giorni: “I numeri non contano”; “Noi facciamo le cose con il cuore e non consideriamo i dati”, rendendo vana ogni forma di serietà etica e politica.

Un altro elemento politico da mettere in evidenza riguarda invece l’iter parlamentare della manovra: martedì il testo approderà in Aula a Montecitorio e il governo appare sempre più intenzionato a blindare il provvedimento con una fiducia, segno evidente della paura che ormai prevale all’interno della maggioranza.

La legge di Bilancio, tuttavia, non potrà non tenere conto delle modifiche che arriveranno dalla diatriba con l’Ue, che in queste ore prosegue senza sosta. A onor del vero, oggi, il presidente della Commissione Jean-ClaudeJunker ha aperto a qualche spiraglio parlando di un dialogo dai toni distensivi: “Abbiamo compiuto alcuni progressi, non siamo in guerra con l’Italia”.

Bisognerà però capire come tali affermazioni potranno integrarsi con le parole di Dombrovskis, pronunciate due giorni fa, che chiudono all’ipotesi del governo italiano di ridurre il deficit dal 2,4 al 2,2%: “Non basterà”, ha detto il commissario. E siamo solo agli inizi.

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