Il ddl Pillon è uno scempio per le donne

Focus

In provvedimento figlio di una mentalità intrisa di un assurdo peternalismo machista e prevaricatore

Ci sono uomini che odiano le donne, nei romanzi e purtroppo, talvolta anche nella realtà. Ma esistono anche Paesi che a loro volta “odiano” le donne.  Odiare, nel caso di uno Stato è un termine forte ma lo uso, forzandone il significato, per indicare una cultura prevalente e le scelte che ne discendono sul terreno del raggiungimento della parità dei diritti.
L’Italia, fortunatamente,  non è tra questi,  ma certamente l’eguaglianza di genere non è un obiettivo raggiunto, anzi il lavoro da fare è ancora intenso.  Oggi, più che mai, assistiamo ad una serie di scelte, ma anche di comportamenti,  che ci  mettono in guardia  da posizioni politico-culturali che cercano di spostare indietro le lancette della storia. Lo abbiamo visto con la mozione della Lega a Verona, dove intorno all’ambiguità, intorno al senso della legge 194, vogliono attaccare la possibilità di autodeterminarsi delle donne come previsto dalle norme. Noi quella legge la difendiamo tutta quanta, e ne chiediamo, anzi, la piena e totale applicazione. Proprio  nella prima parte, dove si parla di prevenzione e di educazione, di servizi alle donne e di sostegno.  Una legge certo perfettibile, ma che di sicuro negli anni ha consentito di ridurre, in maniera drastica, il ricorso alle pratiche abortive, permettendo  di sottrarre dal circuito dell’illegalità  le donne costrette a ricorrere  all’interruzione di gravidanza.  L’epoca delle mammane vorremmo fosse archiviata per sempre.

Il ruolo della legge e della sua applicazione è semmai quello di rispondere ai bisogni emergenti di una società che cambia e progredisce, non quello di cancellare i diritti fondamentali delle persone. Bisogna piuttosto riflettere sulla necessità di interpretare e di incentivare  l’educazione,  a partire dalla Scuola, come strumento di prevenzione tra i giovani soprattutto, oggi più che mai in cui il rapporto con il corpo  tra gli adolescenti  è così complesso, in cui si fatica a capire come vivere le relazioni affettive, personali e familiari.  In tutti i casi la dimensione dell’informazione e della formazione è un qualche cosa che la destra, ogni volta che ha guidato questo Paese,  non solo ha  disatteso, ma anche osteggiato. E oggi sta accadendo nuovamente. Lo è stato quando la destra, pochissimi anni fa,  aveva approvato le cosiddette dimissioni in bianco, costringendo molte donne a scegliere tra  lavoro o maternità. Si  imponeva una scelta contraria ai diritti fondamentali di ogni essere umano e foriera di una concezione in cui il più forte comanda anche sulle scelte di vita personale degli altri. Insomma era stata introdotta, per legge, una misura di contrasto alla natalità proprio in un Paese segnato da un grave tasso di denatalità.

Le dimissioni in bianco rendevano le donne e le famiglie, la loro progettualità, ostaggio degli interessi di qualche imprenditore senza scrupoli. Esiste ancora una grande differenza tra destra e sinistra e le azioni dei governi del Partito Democratico che hanno  abrogato quell’obbrobrio di legge lo evidenziano in maniera chiarissima. Noi abbiamo una concezione della società e delle relazioni molto diversa da loro, dalle destre, dai populisti, dai venditori di fumo e dalla propaganda senza costruzione di cui sono i campioni mondiali. Fu uno dei primissimi atti che vennero adottati dalla nostra maggioranza e dal nostro governo di cui siamo fieri ed orgogliosi.

Come siamo convinti, oggi più che mai, che lo scempio del confuso e pericoloso ddl Pillon, che ha stregato persino un fine notista politico quale Panebianco,  sia figlio di una mentalità intrisa di un assurdo peternalismo machista e  prevaricatore. Calpesta i diritti delle madri, dei minori e dei padri. Una proposta, quella  Pillon, che rinnova uno stereotipo del modello femminile: la donna è una sorta di approfittatrice,  spacca famiglie, che in buona sostanza deve farsi carico, in un dignitoso silenzio,  del mantenimento dei figli e della corretta armonia domestica. Insomma la recita e la finzione al posto della verità, l’apparenza come dogma. Niente male. Ho ancora negli occhi le immagini dei processi per stupro che venivano mandati in tv negli anni ‘70. Allora una delle pioniere della difesa dei diritti delle donne era l’Avvocatessa Tina Lagostena Bassi che si batteva per una battaglia di verità. Contro gli stupratori e contro la falsa morale della società.  In quel periodo le donne si dovevano spesso difendere su tre fronti:  dal e nel processo, da vittime rischiavano di passare per le colpevoli e dal generale giudizio della società. Questo era il clima di allora. Quanto è cambiato? Molto, ma molto rimane da fare. Fa pensare, ad esempio,  quanto ancora si debba lavorare, il fatto che solo  di recente lo stupro sia diventato reato contro la persona.

Ma tornando ad oggi, al ddl Pillon, sembra che l’intento sia quello di ristabilire l’ordine di cui dicevamo in precedenza. Il tutto sulla pelle dei figli e delle donne. Ricordo al prof. Panebianco, che ha detto da profano di apprezzare il testo Pillon,  che esiste già un impianto normativo che regolamenta il rapporto tra genitori e figli nei casi di separazione e che i principi generali di buon senso, da lui evidenziati, sono il tratto distintivo della legge esistente.  Affermare, come si fa nel testo che  le “donne separate guadagnano” è tecnicamente sbagliato e scorretto e spiego, non da profana, ma da avvocato che si occupa ogni giorno di diritto di famiglia e di minori, perché. In primis perché si introduce una valutazione morale che  pre-definisce la figura della donna, vista come una sorta  di approfittatrice.

E’ sbagliato perché non sono le donne a guadagnare dall’ex marito – faccio presente che il concetto di guadagno anche per una donna è semmai il compenso per un lavoro prestato e non una somma ricevuta a sbafo per una condizione personale e familiare – ma semmai è la somma che il giudice stabilisce necessaria, date quelle condizioni economico patrimoniali, a favore dei figli. Insomma, per capirsi, non è l’assegno che l’ex marito versa alla moglie casalinga, ma è la somma che il padre versa per i suoi figli. Figli che devono essere vestiti, alimentati, curati, che devono ricevere una educazione,  fare sport, etc. Insomma si tratta di persone che devono crescere e ricevere le attenzioni necessarie.  Non è un guadagno per le donne. Basta ascoltare i discorsi di  uomini e donne, che raccontano i problemi dei genitori separati,  oppure recarsi   al Tribunale civile per assistere alle udienze della prima sezione.  Quello che serve è semmai una previsione normativa che sia in grado di diminuire i conflitti tra i coniugi che si separano con prole, e non mescolare i due piani della relazione tra gli stessi e il rapporto con i figli. Questo disegno di legge, che il prof. Panebianco dice di condividere,  contiene una concezione proprietaria delle relazioni umane, ignora i diritti dei minori, segna un arretramento nel percorso di conquista dell’autonomia della condizione dei figli rispetto ai genitori e ribadisce, in senso peggiorativo, criteri nella ripartizione delle responsabilità genitoriali che sono già espresse in tutta la normativa sul diritto di famiglia. Se il problema poi è la cosiddetta lobby degli avvocati per converso potremmo preoccuparci della  lobby delle scuole di formazione di mediatori, di cui il collega avvocato Pillon ha familiarità.

In conclusione sono d’accordo che il dibattito politico tante volte è più di carattere emotivo che di sostanza, che alle volte le parole sono foglie al vento capaci di cambiare direzione e senso a seconda delle circostanze che mutano. Ma il mutamento dovrebbe essere verso  la conquista di diritti  e doveri comuni. E non il tentativo di  far passare per saggia una misura vessatoria che definisce un insieme di valori  che stabiliscono le modalità a cui si deve attenere la  donna nello svolgimento della sua funzione di  madre e di brava moglie. Sono state convocate in audizione in Senato importanti associazioni e studiose che si occupano di minori, di famiglia, di donne e di uomini, di diritti fondamentali e sarebbe interessante che questi incontri fossero resi pubblici, fruibili da tutti i cittadini per capire fino in fondo, per chi ancora non ha avuto modo e risorse per farlo, la ratio distruttiva di questo disegno di legge.

*Responsabile Pari Opportunità del Pd

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