La politica e la provvisorietà delle costruzioni umane

Focus

Nuovi soggetti politici all’altezza delle sfide dovrebbero essere in grado di indicare punti di riferimento e insieme di seminare il dubbio

Di solito si analizza ciò che sta accadendo alla sinistra a partire da un “dopo”: dal crollo del Muro di Berlino, nel 1989. E se provassimo a ragionare a partire dalla situazione precedente?

Sul versante socialdemocratico (in senso lato), i “trenta gloriosi” anni del dopoguerra si fondavano sulla possibilità di promuovere un benessere diffuso. Un benessere, cioè, che toccava strati sociali prima condannati alla povertà. E l’idea di benessere si collegava a un senso di sicurezza e di protezione (lo “Stato provvidenza”).                                                                          A livello geopolitico, “l’equilibrio del terrore” fra Usa e Urss garantiva a suo modo la pace (nonostante decine e decine di conflitti “regionali”) e soprattutto, per paradossale che possa sembrare, era a sua volta rassicurante.

In un contesto come quello italiano, poi, la presenza delle “regioni rosse” offriva un “modello” e rafforzava convinzioni e certezze. Ecco, qui è il punto: le forze politiche di massa tendevano ad assolutizzare, non a relativizzare. Invece di mostrare la provvisorietà delle acquisizioni e delle realizzazioni umane, le esaltavano all’ennesima potenza. Erano in pochi a rilevare le fragilità e i punti deboli di quelle “costruzioni”, la loro vulnerabilità e provvisorietà, per l’appunto.

Personalmente mi resi conto di ciò grazie alla frequentazione del compianto pastore metodista Sergio Aquilante e, più in generale, del piccolo mondo delle chiese valdesi e metodiste. E vi scorgevo una consonanza con l’insegnamento del compianto cardinale Carlo Maria Martini, con l’idea di un “relativismo cristiano” (assoluto è Dio; non possono invece venir assolutizzati i nostri tentativi di comprenderlo e di interpretarne nella storia il messaggio. E andrebbe aggiunto che proprio il messaggio evangelico suscita più domande che risposte ed è a suo modo “destabilizzante” e “sovversivo”, più che mai lontano dall’offrire un senso di illusoria sicurezza. E la fede rappresenta una ricerca, più che un possesso).

Che lezione trarne per l’oggi, laicamente? Nuovi soggetti politici all’altezza dei compiti e delle sfide dovrebbero essere in grado, nel contempo, di indicare punti di riferimento e di seminare il dubbio, di mostrare una prospettiva e di coglierne i limiti. Detto altrimenti: non si tratta di concepire nuove illusioni, bensì di sollecitare l’intelletto e l’immaginazione dei cittadini a individuare soluzioni e a far fronte all’inatteso e all’imprevisto.

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