L’assenza di una politica industriale ci costerà cara

Focus

In un mondo sempre più concorrenziale, con una competizione basata sulla conoscenza, sulla capacità tecnica e sulla qualità del lavoro

Il recente incontro ministeriale franco-tedesco per coordinare di più e con più efficacia le politiche industriali dei due paesi pone per l’Italia due temi enormi. Un primo di carattere più politico ed un secondo di carattere più tecnico. Da un punto di vista politico un incontro come quello franco-tedesco che esclude l’Italia, seconda manifattura d’Europa, mette ancora di più in evidenza la solitudine a cui il nostro paese si è condannato ed i danni a cui si espone. Non basteranno a sanare questa nostra assenza alcune lodevoli iniziative bilaterali come quelle di Confidustria con i rispettivi omologhi francesi e tedeschi o coordinamenti di carattere sindacali sui temi del lavoro. Chiaramente non basteranno.

Ma è il secondo tema che appare ancora più pericoloso seppure ampiamente annunciato in questi mesi: la mancanza oggi in Italia di una politica industriale organica e credibile. La politica industriale è materia nazionale e, anche se la Unione Europea sta operando positivamente nel settore, le scelte di fondo sono appannaggio dei paesi membri.

Vedere ad oggi che la Francia e la Germania accelerano di comune accordo su politiche industriali congiunte, basate sull’economia della conoscenza e dei saperi, sull’innovazione e sullo sviluppo sostenibile mentre noi siamo al di fuori di questo quadro desta profonda preoccupazione.

E dobbiamo essere ancora più preoccupati perché a questa assenza, determinata dalla politica di questo Governo, non fa contraltare una politica nazionale Italiana forte e determinata. Al contrario l’assenza sul piano politico è accompagnata e aggravata da un deserto di idee sul futuro industriale e manifatturiero del nostro Paese. Il messaggio che solo piccolo è bello, che il localismo paga, che una politica dei dazi sia opportuna, che basta chiuderci in noi stessi può aiutare in una campagna elettorale ma è perdente nell’economia globale.

La legislatura scorsa ha prodotto, fra le altre cose, una omogenea finanza per la crescita, un piano per la digitalizzazione della manifattura ( industria 4.0), una nuova strategia energetica nazionale, un piano per l’internazionalizzazione delle imprese e per il “Made in Italy”. Scelte strategiche come ILVA e Fincantieri, investimenti in infrastrutture. Crescita di PIL e di occupati sono stati alcuni risultati di queste politiche.

Ora assistiamo a una chiara inversione. Una legge di bilancio che ha posto le poche risorse disponibili sulla spesa corrente, una contrazione di Industria 4.0, la mancanza di investimenti in ricerca, innovazione e formazione, il rallentamento dei sistemi infrastrutturali rischiano di metterci fuori gioco per il futuro. Alcuni errori da matita rossa, inoltre, possono anche farci perdere opportunità.

Basti pensare all’ecotassa, che rischia di compromettere la possibilità di rinvigorire il settore auto nazionale approfittando delle diffusione futura dei veicoli elettrici. I pessimi dati Istat sul fatturato industriale dell’ultima parte del 2018, che ci consegnano un calo complessivo del 7.3% su base annua, sono in questo solo l’ennesimo, drammatico e impressionante campanello d’allarme per l’economia italiana.

D’altra parte gli errori si pagano. In un mondo sempre più concorrenziale, con una competizione basata sulla conoscenza, sulla capacità tecnica e sulla qualità del lavoro, che vede ormai anche nuovi protagonisti come la Cina ma non solo, la Francia e la Germania rilanciano. Rilanciano a partire dai settori high-tech, dall’innovazione nei settori più maturi e dalla forza dei loro sistemi paese. Noi siamo fuori da tutto ciò. Il governo non sembra avere nessuna idea organica di politica industriale e non svolge nessuna politica efficace a sostegno della manifattura.

Questa mancanza ci costerà cara in futuro perché il benessere nostro e dei nostri figli risiede nella capacità di essere ancora attori protagonisti di questa sfida. Francia e Germania lo hanno capito. Noi no e qui sta la vera differenza e il pericolo.

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