Il rischio alto che corre il porto di Cagliari

Focus

Per il porto canale di Cagliari il rischio deserto si avvicina sempre di più, con 700 famiglie che rischiano il dramma. E il governo gialloverde tace

Per il porto canale di Cagliari il rischio deserto si avvicina sempre di più. Prima la decisione di uno dei clienti più importanti, la Hapag Lloyd, che ha annunciato l’abbandono delle banchine dello scalo cagliaritano e il dirottamento del traffico di container verso il porto di Livorno.

Poi, nei giorni scorsi, l’annuncio della Cict la società che ha in concessione la movimentazione dello scalo: “per il 2019 non sono previsti traffici commerciali con lo scalo dell’Isola”. Un annuncio che ha del drammatico per i circa 700 lavoratori delle aziende che, nel porto canale cagliaritano, si occupano dei movimenti dei containers e di assistere le navi che attraccano nei moli dello scalo.

Una situazione che assesterebbe una mazzata forse definitiva allo scalo cagliaritano, nato negli anni settanta per sfruttare la straordinaria posizione strategica nel Mediterraneo e per decenni importante snodo dei traffici con mezza Europa, il Medio Oriente e l’Africa.

Negli ultimi due anni, però, il numero delle navi che hanno scelto le banchine cagliaritane per movimentare le merci trasportate è diminuito in modo drammatico, addirittura l’ottanta per cento. Un calo non sopportabile dalla società che ha in gestione lo scalo della città capoluogo dell’Isola e che fa parte del gruppo internazionale Contship; il consiglio d’amministrazione del gruppo potrebbe anche decidere di mettere in liquidazione la Cict e questo priverebbe degli ammortizzatori sociali i lavoratori dello scalo cagliaritano.

Tutto ciò in un territorio, come il Cagliaritano, che già soffre di una devastante crisi economica e occupazionale, a causa dell’abbandono della chimica di base, e la quasi totale scomparsa del terziario. Il deserto, insomma, con conseguenze
drammatiche e non solo per i lavoratori del porto canale. Il presidente dell’Autorità Portuale, Massimo Deiana, ha lamentato di essere anche lui parte lesa in questa situazione; “se venisse revocata la concessione – ha detto Deiana in una intervista al quotidiano L’Unione Sarda – l’Autorità subirebbe delle perdite consistenti: oltre un milione di euro per i mancati canoni di concessione e ben sei milioni di euro per le tasse di ancoraggio e portuali”. Deiana, però, è piuttosto cauto sull’evolversi della situazione, data la delicatezza e l’importanza della posta in gioco, una posta che disegna un futuro drammatico per oltre 700 famiglie dei dipendenti delle aziende che lavorano nel porto canale di Cagliari; una situazione che, potenzialmente, potrebbe avere pericolose conseguenze negative sull’ordine pubblico.

Anche le istituzioni si sono mosse per cercare di capire quali spazi di manovra ancora rimangano per salvare il futuro dello scalo cagliaritano e oltre 700 posti di lavoro. Mentre all’esterno del palazzo Viceregio si svolgeva la manifestazione dei lavoratori minacciati di licenziamento, nelle sale storiche il prefetto di Cagliari, Romilda Tafuri, la neo assessora regionale al lavoro Alessandra Zedda e il presidente dell’Autorità Portuale Massimo Deiana cercavano di definire i contorni di una prima strategia per affrontare quella che non è esagerato definire una vera e propria emergenza.

In primo luogo (e questo è stato anche l’auspicio delle rappresentanze sindacali CGIL, CISL, UIL e UGL che non erano presenti al vertice ma hanno preso una posizione chiara negli,ultimi tempi) la titolarità della vertenza deve essere trasferita da Roma a
Cagliari. Insomma, in poche parole, è il Governo che deve farsi carico di evitare una catastrofe occupazionale; magari cominciando a dare il via libera alla ZES (la zona economica speciale) per i porti sardi.

Nel novembre scorso la giunta regionale di centrosinistra, guidata da Francesco Pigliaru, aveva approvato il piano della ZES unica per tutta la Sardegna, inviando subito a Roma il piano stesso. Magari i vantaggi di un regime fiscale facilitato (il 50% di credito d’imposta sul totale dell’investimento) avrebbe potuto attirare qualche interesse fuori dall’Isola. E invece sono passati cinque mesi e ancora tutto tace dal governo gialloverde. Con 700 famiglie che rischiano il dramma.

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