Non chiedete al Presidente quello che tocca ai partiti

Focus
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella

Al Quirinale spetta far rispettare le regole, non mettersi contro un governo. E sulle regole ci sarà una guerra di posizione

Si levano molte voci (tra le altre quelle di Claudio Cerasa e Giuliano Ferrara sul Foglio) a chiedere al presidente Mattarella di intervenire per fermare “i barbari”, ormai alle porte di Roma, come scrive il Financial Times. Gli chiedono cioè di impedire la formazione di un governo pericoloso per la costituzione, e dunque per la democrazia, per l’economia e per l’Europa.

Colpisce che a chiedere tale intervento siano coloro che hanno sempre criticato e anche un po’ sfottuto i tetragoni custodi della “Costituzione più bella del mondo” , mentre i suddetti custodi (ovvero coloro che hanno attivamente militato nel fronte del No al referendum sulla riforma costituzionale) molti dei quali hanno votato per il M5S assistono stupefatti e silenti al mostro del dottor Frankestein che con il loro voto hanno contribuito a far nascere.

In ogni caso le domande da porsi sono due: il governo nascente è “pericoloso” per la democrazia? Cosa può fare il presidente della Repubblica per impedire che ciò avvenga? O meglio: il suo ruolo gli consente di impedire che tale governo nasca?

Intanto cerchiamo di capire bene il punto di partenza per distinguere bene tra il giudizio politico su quel che sta accadendo e il giudizio che spetta al capo dello stato. La verità è che siamo di fronte a un inedito assoluto, non meno pericoloso ma anzi forse ancora più dei barbari, perché dinnanzi ad esso le vecchie soluzioni non funzionano e le alternative sono difficili da individuare. Ci sarà materia di studio per studiosi dei media, politologi e costituzionalisti, quando si riavvolgerà il nastro del film che va in onda dal 4 marzo.

Si concentrano quattro novità, tutte dirompenti.

1) La legge elettorale prevalentemente proporzionale non consegna un vincitore certo;

2) le due forze populiste italiane, che raccolgono il consenso della maggioranza degli elettori, decidono di stipulare “un contratto per il governo del cambiamento”;

3) le consultazioni sulla formazione del governo si svolgono in un clima di perenne campagna elettorale e in presenza di una fortissima mobilitazione propagandistica reale e virtuale (gazebo e piattaforma Rousseau) che dovrà ratificare “il contratto”;

4) i dioscuri del nuovo governo, che erano i capi del fronte del No al referendum sulla riforma costituzionale mostrano totale ignoranza o disprezzo per le regole base della Costituzione italiana.

Proviamo a vedere le cose dal punto di vista del Quirinale che, lo ricordiamo, non può agire secondo le proprie preferenze politiche ma in base al ruolo che gli assegna la Costituzione: “Non sarebbe stato un presidente governante quindi, ma neppure un semplice notaio della
repubblica”, annota Sergio Romano commentando il dibattito dei lavori preparatori e cita a tal proposito Meuccio Ruini: “Il capo dello stato non governa, la responsabilità dei suoi atti è assunta dal primo ministro e dai ministri che li controfirmano, ma le attribuzioni che gli sono
specificamente conferite dalla Costituzione, e tutte le altre che rientrano nei suoi compiti generali, gli danno infinite occasioni di esercitare la missione di coordinamento e di equilibrio che gli è propria”. (“Il grande gioco del Quirinale” a cura di Marzio Breda, edito dal Corriere
della Sera).

Dal canto suo il presidente Mattarella, nei suoi interventi, non ha mancato di rammentare che quei poteri intende esercitarli fino in fondo.

L’ha fatto all’indomani del fallimento dei mandati esplorativi, stanando i vincitori-non vincitori con la prospettiva del “governo neutrale”; l’ha
fatto sottolineando i suoi poteri riguardo la nomina del presidente del consiglio e dei ministri, richiamando al rispetto dei trattati internazionali e degli impegni europei e atlantici dell’Italia, al rispetto del bilancio dello stato (nessuna legge può essere approvata se non ha le coperture finanziarie).

L’ha dovuto fare in una situazione del tutto inedita, usando saggezza e pazienza, aggirando le mine che i dioscuri pongono quotidianamente sul terreno. Ha rifiutato di leggere una bozza del contratto, che conteneva strafalcioni ridicoli (la richiesta alla Bce di cancellare 250 miliardi di debito pubblico italiano) o prevedeva strutture potenzialmente eversive come la formazione di una Cupola che decide sui punti controversi sottoponendo il consiglio dei ministri a un comando estraneo alla costituzione. Ha deciso, cioè, di non essere coinvolto in questa fase di trattativa che riguarda esclusivamente i partiti per non assumere la “corresponsabilità” del programma, chiarendo al tempo stesso che per lui contano solo gli atti
ufficiali, ovvero la nomina del presidente del consiglio e il programma che questi presenterà alle camere. E chiedendo con fermezza ai partiti di presentargli una proposta per la premiership.

Da quel momento comincia la vera partita del Quirinale: sulla nomina del premier, sui ministri, sul programma una volta che si tradurrà in concreti atti di governo.

L’aver fino ad oggi tenuto una posizione “di attesa” non significa affatto che il Presidente intende rinunciare alle sue prerogative: al contrario che intende esercitarle fino in fondo e senza sconti per nessuno.

Al Quirinale si preparano dunque a una lunga guerra di posizione: nomina per nomina, legge per legge.

Questo può fare il presidente, ricondurre con fermezza il governo al rispetto delle regole della “Costituzione più bella del mondo”. E interpretare con forza il ruolo di garante delle regole, dell’equilibrio democratico, dell’unità nazionale. Non può certo mettersi a capo
dell’opposizione a un governo “pericoloso”.

Questo compito spetta alle forze di opposizione e al Pd prima di tutto. Dal punto di vista politico, sommessamente sconsiglierei di seguire la metafora del Financial Times: se descriviamo Lega e M5S come i barbari (ovvero per parlare il linguaggio di oggi, gli esclusi
dalla globalizzazione, i ceti medi impoveriti, i senza lavoro) tutti gli altri dovrebbero essere i romani (ovvero i ricchi, i potenti, l’establishment, l’Europa, quelli dello spread).

Il che vorrebbe dire confermare la narrazione populista.

In democrazia non esistono barbari, e gli elettori leghisti e M5S non possono essere trattati come tali. Serve incalzare il governo e mostrare l’imbroglio delle promesse irrealizzabili, la pericolosa tendenza a stracciare le regole costituzionali. ma serve soprattutto il coraggio di
una visione, che metta come priorità una vera lotta alle diseguaglianze, con misure reali e sostenibili di aiuto alle fasce più deboli, un sostegno alla ripresa per creare nuovi posti di lavoro, un’idea dell’Europa che non sia solo fatta di regole e austerità ma diventi il luogo dove
difendere meglio gli interessi del paese, una linea garantista su giustizia e diritti civili, una proposta di riforma delle nostre istituzioni che riavvicini i cittadini e ne contempli la partecipazione alle decisioni nel difficile equilibrio tra democrazia dal basso e democrazia
rappresentativa.

Non si chieda al Presidente di fare quel che spetta ai partiti, alle forze sociali, agli intellettuali.

L’inedito governo del populismo non può essere sconfitto con un colpo di palazzo ma da un grande movimento popolare che dia anima all’esangue riformismo italiano.

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