Che ne pensano i candidati alle primarie di pluricandidature e riequilibrio di genere?

Focus

La rappresentanza politica femminile è oggi minata da due annose questioni oggetto di battaglie politiche tanto nei territori quanto nelle aule parlamentari

Nazareno, abbiamo un problema. La rappresentanza politica femminile è oggi minata da due annose questioni oggetto di battaglie politiche tanto nei territori quanto nelle aule parlamentari e il terreno costituito dal dibattito congressuale non deve rimanere neutro di fronte a temi che toccano nel profondo l’azione politica e culturale di tante militanti, dirigenti ed esponenti del Partito Democratico.

Parlo delle cosiddette “pluricandidature”, previste dall’articolo 11 della legge 3 novembre 2017, n. 167 (la legge elettorale chiamata Rosatellum bis), sistema che prevede la candidatura di uno stesso soggetto in massimo un collegio uninominale e cinque collegi plurinominali, nato per concedere ai piccoli Partiti la possibilità di sfruttare il proprio o la propria leader come traino, ma utilizzato nei fatti per garantire l’elezione ai candidati uomini.

Lo evidenziarono a suo tempo le amiche di TowandaDem: “sono bastate le pluricandidature di 8 donne per escludere 39 candidate e favorire l’elezione di altrettanti uomini”.

“Donne-Flipper”, così sono state chiamate le pluricandidate che, inserite come capilista in molti collegi plurinominali, una volta elette hanno dovuto scegliere soltanto un seggio, facendo scattare nei collegi rimanenti in cui erano candidate, gli uomini che in quegli stessi collegi erano candidati dopo di loro.

Il secondo tema, spesso trascurato, è quello dell’inserimento della doppia preferenza e delle quote di genere all’interno delle leggi elettorali regionali, in ossequio alla legge nazionale targata Pd n. 20 del 15 febbraio 2016. L’assemblea nazionale del Partito il 19 maggio scorso aveva approvato un ordine del giorno per sollecitare i rappresentanti regionali del Pd ad approvare la doppia preferenza di genere nella legge elettorale nel pieno rispetto degli statuti regionali e nazionale del Partito. Purtroppo, sull’inserimento di questi strumenti di riequilibrio di genere all’interno della legislazione  elettorale permangono resistenze proprio nelle Regioni dove il Pd governa (si veda in particolare il caso della Calabria o del Piemonte).

Da un’analisi del testo delle mozioni dei tre candidati alle primarie si evincono delle parziali prese di posizione sulle pluricandidature: Si legge a pag. 8 della mozione Martina: “Ci impegniamo a rispettare la parità di genere negli organismi dirigenti, non utilizzare mai più le pluricandidature di genere in maniera distorta”, mentre in quella di Zingaretti a pag. 43 si legge: “Se la democrazia paritaria è un elemento fondativo del Pd, va perseguita sempre: dalle elezioni politiche, evitando l’utilizzo di candidature multiple di donne per far poi eleggere uomini, ai ruoli apicali del partito”, invece nulla dice espressamente la mozione Giachetti.

Sugli strumenti di riequilibrio di genere, invece, è la mozione di Roberto Giachetti ad essere la più chiara, dove a pag. 23 si legge: “sono ancora troppo poche le donne Sindaco, presidenti di Regione e leader di partito. Il sistema delle quote deve mirare al proprio superamento, ma va rispettato e rafforzato fino a quando non si sarà raggiunta un’autentica parità di accesso ai ruoli apicali. Le segreterie locali, la segreteria nazionale così come le giunte a guida Pd devono essere paritarie, tutte senza eccezioni”, mentre Zingaretti, a pag. 43, parla solo di favorire “una più equilibrata rappresentanza di genere a tutti i livelli”, nulla, invece, è contenuto nella Martina.

C’è ancora tempo fino al 3 marzo, per cui sarebbe bene che i candidati chiarissero meglio le loro posizioni su argomenti che tengono vivo il dibattito di quella platea femminile che c’è e alle primarie si farà sentire.

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