Le 3 promesse fatte in campagna elettorale che il governo gialloverde non realizzerà

Focus

Le misure proposte durante la campagna elettorale da Lega e M5s sono irrealizzabili. Flat tax, reddito di cittadinanza e abolizione della Fornero non vedranno la luce nella versione pre 4 marzo

Lega e M5s nella campagna elettorale che ha portato alle elezioni del 4 marzo hanno promesso ai cittadini di tutto. Riforme molto costose e quindi incompatibili con le esigenze di bilancio italiane. Riforme che una volta insediatosi il governo gialloverde sono state ridimensionate, e di molto.

Reddito di cittadinanza

E’ la misura spot del Movimento. Prevede un assegno di 780 euro mensili a chi non possiede reddito oppure la cifra che permetterebbe di raggiungere i 780 euro a chi guadagna meno di quella soglia. La somma sale fino a 1.950 euro mensili se in famiglia ci sono più persone. Sulle cifre ci sono pareri contrastanti, ma si va dai 14 ai 29 miliardi. A pochi mesi dalla prima Legge di bilancio una cosa è certa: la promessa non sarà mantenuta. Ci sarà forse un’estensione del Rei (introdotto dal governo Gentiloni) e la cifra ricevuta, da una platea meno ampia di quanto promesso, non si avvicinerà minimamente ai 780 euro.

Flat tax

In campagna elettorale Matteo Salvini promise che se la Lega fosse andata al governo avrebbe prodotto una riforma fiscale con una sola aliquota al 15%, la famosa Flat tax. In questo si differenziava con Forza Italia che proponeva sempre un’unica aliquota, ma al 23%. La proposta leghista, secondo i conti fatti da molti economisti, costerebbe più di 40 miliardi. Oggi sappiamo che quella promessa non sarà mantenuta. Al massimo saranno fatti piccoli aggiustamenti per determinate categorie.

 

Abolizione legge Fornero

In campagna elettorale entrambe le forze politiche hanno promesso di ritoccare la riforma delle pensioni. Salvini proponeva l’abolizione immediata, costi stimati circa 17 miliardi l’anno, mentre Di Maio un’abolizione graduale in 5 anni. Salvini continua a proporre quota 100 con età minima di 62 anni insieme alla possibilità di uscire con 41 anni e mezzo di contributi indipendentemente dall’età (costerebbe 13 miliardi nel 2019 e circa 20 miliardi a regime), mentre si media per un’età minima di 64 anni. Una riforma costosa e in pratica uno spot elettorale che sfavorirebbe le giovani generazioni.

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