La proposta di Calenda è utile ma è difficile rinunciare al simbolo

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Nel Parlamento europeo è bene che si formi una maggioranza europeista e ci sono le condizioni per farlo, ma in ogni caso si tratterà di un’alleanza tra diversi

Si è aperta una discussione positiva – con molta voglia di dare battaglia – sia sul modo di presentarsi alle europee, sulla base dell’appello di Calenda, sia sul modo di contrastare una misura sbagliata come il reddito di cittadinanza. Quando si individuano correttamente i fini e si ha voglia di fare si è già a buon punto. Proprio per questo è indispensabile fare molta attenzione alla scelta dei mezzi, perché non tutti sono adeguati all’obiettivo.

Nel Parlamento europeo è bene che si formi una maggioranza europeista e ci sono le condizioni per farlo, ma in ogni caso si tratterà di un’alleanza tra diversi. Nei diversi paesi dell’Unione le forze europeiste non si presentano insieme alle elezioni, anche perché si vota con la proporzionale. L’offerta politica deve essere coerente col sistema. La Merkel, che è senz’altro un’europeista, non si presenterà in lista insieme alla Spd.

Se quindi l’invito di Calenda è quello di non disperdere le forze europeiste di centrosinistra può funzionare, anche perché esiste lo sbarramento del 4% con cui alcune forze minori sarebbero a rischio ed è certo opportuno aprire a personalità indipendenti di area.

Tuttavia non mi sembra che l’arco di forze collettive che si possano aggregare sia tale da poter far rinunciare al simbolo del Pd. Il simbolo si può arricchire con altri riferimenti, ma deve rispecchiare la costituzione materiale della lista, che sarà comunque un Pd allargato a forze minori. C’è una possibile obiezione, quella della lista Uniti nell’Ulivo presentata nel 2004, ma quella fu fatta come anticipazione non improvvisata di un nuovo partito: qui non mi sembra che si voglia fare un nuovo partito (altrimenti non si capirebbe perché stiamo eleggendo un segretario) e non c’è un laboratorio quasi decennale in tal senso.

La stessa cosa vale per il reddito di cittadinanza, il cui testo ufficiale peraltro non è stato ancora pubblicato. Va bene opporsi, va bene chiarire che vanno differenziati aiuto alla povertà (magari aggiornando il Rei) e politiche attive per il lavoro, e va bene insistere soprattutto su queste ultime, con le difficoltà che ci sono a causa del fatto che la competenza in materia è rimasta concorrente con le Regioni e che quindi i tempi per interventi efficaci non possono essere quelli annunciati dal Governo. Tuttavia evocare un referendum abrogativo appare molto problematico: ammesso e non concesso che sia ammissibile, che non rientri nel limite di leggi di bilancio (visto che da quella legge esso trae il suo fondamento) la mera abrogazione totale trasmette l’idea di abbattere uno strumento senza poterne introdurre un altro.

Trasmette di fatto l’idea che qualsiasi strumento in materia sia assistenzialista e da eliminare. Non risolverebbero il problema neanche quesiti parziali perché, almeno a prima vista, si andrebbe invece in direzione opposta: si eliminerebbero requisiti facendolo diventare più assistenziale. Quindi bene attrezzarsi per un dibattito parlamentare in cui far emergere alternative positive, mentre invece, almeno a prima vista, lo strumento referendario non sembra praticabile e coerente. Perché è fondamentale non disperdere le buone finalità – insieme alla buona finalità di battersi – scegliendo frettolosamente strumenti incoerenti.

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