Tre proposte chiave del Pd per il lavoro

Focus

Al contrario di chi propone ricette assistenzialistiche come il reddito di cittadinanza, il lavoro sarà la nostra ossessione (anche) nella prossima legislatura

È innegabile: il mercato del lavoro negli ultimi tre anni è ripartito. Dal 2014 a oggi gli occupati sono aumentati di quasi un milione, la metà a tempo indeterminato. Il Jobs act ha introdotto il contratto a tutele crescenti, esteso i sussidi di disoccupazione e restituito centralità alle politiche attive del lavoro. Non solo: sono stati introdotti incentivi per le assunzioni a tempo indeterminato, sono stati aboliti i co.co.pro e c’è stata una stretta sulle finte partite Iva. Altro che aumento del precariato: vogliamo chiedere a un giovane assunto a tutele crescenti se avrebbe preferito fare il co.co.pro? E con il Jobs act del lavoro autonomo sono state estese tutele e diritti anche ai lavoratori con partita Iva, oltre a una riduzione strutturale dei contributi pagati per chi è in gestione separata.

Al di là della quantità, però, resta un tema legato alla qualità del lavoro: le retribuzioni sono ancora troppo basse, la transizione tra scuola e lavoro stabile troppo lunga, il cuneo contributivo troppo elevato. Ecco perché, al contrario di chi propone ricette assistenzialistiche come il reddito di cittadinanza, il lavoro sarà la nostra ossessione (anche) nella prossima legislatura. Mi limito, al solito, a tre proposte concrete. Anche perché di formazione, competenze e Its ho già parlato in un altro post (http://bit.ly/2COavOx).

SALARIO MINIMO

In Italia, il 10 per cento dei lavoratori dipendenti del settore privato e il 15 per cento degli autonomi percepiscono redditi da lavoro al di sotto della soglia di povertà: sono i cosiddetti working poor, chi è povero nonostante abbia un lavoro. Siamo uno dei sei paesi dell’Ue in cui non è previsto un salario minimo: negli altri 22 – Regno Unito, Francia e Germania compresi – questa tutela c’è. Noi proponiamo di superare questa lacuna con un salario minimo legale, il cui valore sarà fissato da una commissione indipendente. Le imprese saranno vincolate a usarlo solo in assenza di un contratto collettivo e i controlli saranno più semplici: oggi un lavoratore sottopagato deve ricorrere al giudice per farsi riconoscere una giusta retribuzione, con il salario minimo fissato per legge il controllo sarà svolto in via amministrativa. Non è un grimaldello per scardinare il contratto nazionale, ma una misura di civiltà per combattere l’opportunismo dei lavoretti sottopagati, dei contratti pirata e delle cooperative spurie e restituire piena dignità al lavoro.

RIDUZIONE DEL CUNEO CONTRIBUTIVO

Il lavoro a tempo indeterminato vale di più, deve costare di meno. Ecco perché ci impegniamo a ridurre il costo del lavoro per il tempo indeterminato a tutele crescenti di un punto all’anno per 4 anni, dall’attuale 33% al 29%. Una riduzione che sarà fiscalizzata per salvaguardare le pensioni future. Questa taglio strutturale si affiancherà alla decontribuzione per i giovani (giustamente più forte e anch’essa strutturale) introdotta con l’ultima legge di bilancio: uno sgravio che copre fino al 50% del cuneo contributivo (con un tetto di 3.000 euro) per i primi tre anni di contratto a tempo indeterminato. Anche qui: fatti, non promesse.

BUONUSCITA COMPENSATORIA PER I LAVORATORI TEMPORANEI

Il lavoro temporaneo, al contrario, se utilizzato in maniera reiterata, dovrà costare di più. Proponiamo di introdurre una buonuscita compensatoria, come avviene in altri paesi europei, che l’impresa dovrà pagare al lavoratore che non viene stabilizzato, in maniera proporzionale alla durata cumulata dei contratti temporanei che ha avuto. Fatte salve le esigenze di flessibilità organizzativa o produttiva di breve periodo, il lavoro temporaneo deve costare di più per le imprese nel caso in cui usino ripetutamente la stessa persona senza garantirle un percorso verso la stabilità.

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