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Domani arriva nei cinema italiani “Olè Olè Olè”, il film che racconta il tour dei Rolling Stones in America Latina con il gran finale a Cuba. Un road movie elettrico

Il concerto all’Avana è previsto per febbraio 2016. La preparazione della tournée sudamericana ferve fin dagli ultimi mesi del 2015: far suonare i Rolling Stones in quel continente, quasi “inedito”per loro, è un’impresa logistica paragonabile a un G8, a un’Olimpiade. La partenza del tour sarà il 3 febbraio a Santiago del Cile, poi date in Brasile, Uruguay, Argentina, Perù, Colombia, Messico: quasi tutte in giganteschi stadi di calcio, come il Centenario di Montevideo e il Maracanà di Rio, luoghi leggendari che a un supertifoso come Mick Jagger fanno venire i brividi (ricordiamo ancora, noi italiani, il concerto del 17 luglio 1982 a Napoli: l’Italia era campione del mondo da pochi giorni e Mick cantò indossando la maglietta azzurra numero 20, quella di Paolo Rossi).

La full immersion nell’America Latina è già un evento straordinario, per gli Stones e per i loro fans: e ora pare si possa aggiungere, a questa gigantesca e gustosissima torta, una ciliegina davvero speciale. C’è l’ok di Raul e Fidel Castro per suonare a Cuba, terra dove il rock’n’roll è stato off-limits per decenni. Le trattative sono febbrili e complicatissime, le autorità cubane dicono un giorno sì, l’altro no e quasi sempre “ni”, la conferenza di Jalta o il summit di Camp David al confronto devono essere stati una passeggiata di salute; ma alla fine pare che si possa, che sia tutto pronto, che in una certa data di febbraio sia tutto ok…

Poi, un giorno, arriva al manager del gruppo una telefonata che lo fa sbiancare. Va da Mick Jagger per riferire, la prende alla larga: «Sai Mick, c’è un piccolo problema… sai chi va a Cuba, quello stesso giorno?». E chi ci andrà mai, di più importante dei Rolling Stones? Il Papa? «Sì, proprio il Papa».

Rolling Stones Olé Olé Olé, il film di Paul Dugdale che lunedì e martedì verrà proiettato come “evento speciale” in molti cinema italiani dopo esser stato presentato alla Festa del cinema di Roma dello scorso ottobre, è un oggetto lussureggiante nel quale si mescolano il film-concerto, il documentario etnografico e il thriller politico. E quest’ultimo aspetto riguarda, ovviamente, la data di Cuba. Che alla fine, dopo estenuanti tira e molla, ha luogo il 25 marzo 2016 davanti a un milione e 200.000 cubani entusiasti.

Tutti fans dei Rolling Stones? Ma per carità! Ovviamente c’è uno zoccolo duro che ha avuto modo di procurarsi i dischi nel corso dei decenni, al mercato nero o attraverso i contatti con i turisti, o magari grazie ai parenti emigrati a Miami; ma la gran massa degli spettatori sono cubani che vogliono semplicemente esserci, spinti non tanto dalla musica quanto da un’urgenza molto semplice: partecipare a un evento che è un segnale d’apertura, un gesto politico, una finestra che all’improvviso si apre sul mondo.

It’s Only Rock’n’roll, come dice una famosa canzone? Nossignori: per una volta, è molto di più. Una volta? Anche questa domanda va riformulata. In realtà Cuba è il degno finale di un viaggio iniziatico. In quasi tutte le date in programma, l’arrivo degli Stones è un riscatto, un segno politico e culturale fortissimo. Quasi tutti i paesi del Sudamerica hanno sofferto dittature crudeli, alcuni proprio negli anni in cui gli Stones esplodono in modo (quasi) planetario.

Pensate all’Argentina degli anni ’70: nel decennio che parte idealmente da Altamont (Gimme Shelter, 1969, l’utopia di Woodstock che si trasforma in distopia) gli Stones, nell’irripetibile formazione con Mick Taylor alla chitarra, diventano quella che ancora oggi si definisce “la più grande rock’n’roll band del mondo”; in quegli stessi anni a Buenos Aires c’è la giunta militare, Videla e Galtieri, il Mondiale di calcio del ’78 trasformato in arma propagandistica, i desaparecidos.

Gli Stones cantano Paint It Black, Stanley Kubrick farà di quel pezzo l’epitome della guerra del Vietnam in Full Metal Jacket e intanto il Sudamerica viene davvero dipinto di nero. C’è chi tiene duro, e anche il rock serve: nel capitolo dedicato all’Argentina il film si concentra sul fenomeno dei “rolingos”, esponenti di quella che è una vera e propria sottocultura.

Sono 50-60enni che oggi esibiscono con orgoglio magliette con la lingua-marchio del gruppo e look da rockettari fuori tempo, e che negli anni ’70 e’80 ascoltavano di nascosto Satisfaction sognando di prendersi, in futuro, le soddisfazioni impedite dal regime. E quando arrivano gli Stones, arriva quel futuro: è il loro momento, veder suonare dal vivo i propri idoli è per i “rolingos” e le “rolingas” il momento clou di una vita.

Mick Jagger, Keith Richards, Charlie Watts e Ron Wood capis cono perfettamente il meccanismo. Soprattutto il cantante è un “animale sociale” troppo astuto ed evoluto per non cogliere il senso di queste ripetute epifanie. Nel film, ogni paese racconta una diversa storia. E per gli appassionati occidentali, che agli Stones sono più abituati, la più bella è la storia brasiliana.

Nel backstage, in attesa di andare in scena, Keith e Mick rievocano una vacanza brasiliana degli anni ’60 durante la quale scrissero Honky Tonk Women in un ranch presso San Paolo, dove erano ospiti. E da questo ricordo, passano a “strimpellare”il pezzo lì per lì: Keith suona la chitarra acustica e Mick canta, e la versione unplugged improvvisata sul posto è una chicca musicale che vale tutto il film.

Sul quale andrà detta un’ultima cosa: di film-concerto dei Rolling Stones ne abbiamo visti parecchi, e nessuno eguaglierà mai la forza tragica di Gimme Shelter (che documenta l’omicidio di uno spettatore sotto il palco, da parte degli Hell’s Angels) o la struggente malinconia di Stones in the Park (il concerto immediatamente successivo alla morte di Brian Jones), e nemmeno la cifra autoriale di Shine a Light, diretto nientemeno che da Martin Scorsese. Però i valori di Rolling Stones Olé Olé Olénon sono esclusivamente politici o antropologici. Il gruppo è in gran forma, Richards suona meglio che mai, ma è la regia di Paul Dugdale, un 36enne pluripremiato dai Grammy e super-specialista di video musicali, a fare la differenza.

Non tanto per la regia in sé, quanto per i mezzi utilizzati: i droni che volano sopra le teste del pubblico permettono di vedere il concerto in modo totale, e anche per lo spettatore smaliziato la pluralità dei punti di vista crea un’esperienza visiva inusitata. In estrema sintesi, Rolling Stones Olé Olé Olé è un gran bel film. E la colonna sonora, firmata Jagger&Richards, è da Oscar.

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