Quei ragazzi del Bambino Gesù

Focus

L’adolescenza vista dalla malattia

Alessia ha gli occhi belli e grandi, che brillano. Il suo più grande desiderio è quello di andare in gita scolastica in Francia. E anche se indossa le All Star colorate come le sedicenni fanno, a Strasburgo con la classe non sa se potrà andare. Aspetta il cuore che le può cambiare la vita mettendola dalla posizione di stand by a quella di play.

Quando sei in lista d’attesa per un trapianto cardiaco non puoi allontanarti perché da un momento all’altro possono chiamarti per andare in sala operatoria. La mamma di Alessia non lascia mai il cellulare a casa. Una madre lo sa. Sa che lo spazio bianco è un trattino, un piccolo vuoto nella tua esistenza, un momento in cui trattieni il respiro e che può essere lunghissimo, durare mesi o anni. Oppure può durare per sempre.

Per Alessia quello spazio bianco si è riempito di cose, tante cose in poco tempo: la dottoressa le ha dato il permesso di andare alla gita di fine anno e domani, a ricevere il premio speciale al Giffoni Film Festival per la docu-serie tv, di cui è una delle protagoniste, ci sarà anche lei. Con un cuore nuovo. “Alessia ce l’ha fatta, oggi sarà con noi”, è la prima cosa che dice Simona Ercolani che ha ideato il documentario e scritto il libro “I ragazzi del Bambin Gesù”.

Dieci puntate andate in onda su Rai Tre a metà febbraio, un progetto fortemente voluto dalla direttrice di rete Daria Bignardi e sostenuto dal Ministero della Salute con l’obiettivo di finanziare la ricerca scientifica dell’ospedale di Piazza Sant’Onofrio a Roma.

“L’idea era quella di raccontare l’età dell’adolescenza attraverso la lente della malattia e di infrangere il tabù che di bambini malati non si può parlare”. Le storie di Roberto, Klizia, Annachiara, Flavio, Giulia, Caterina, Sabrina, Simone, Sara e Alessia sono storie di resistenza, di chi sceglie di raccontare il proprio dolore invece che tenerlo in serbo per sé. E’ il passo in avanti, in direzione della realtà, di Braccialetti Rossi perché qui non ci sono attori, ma storie vere senza fiction. Anche la scienza medica lo dice, c’è una forma di terapia che si chiama narrativa del dolore: diari, romanzi, incontri, pièce teatrali, film,blog, canzoni. Una vastità di racconti per dire una cosa sola: non chiamateci rari, non diteci che siamo chiusi nelle stanze di un ospedale e che vi dimenticherete di noi. Perché i ragazzi del Bambin Gesù vogliono condividere e così facendo, guarire.

“Abbiamo lavorato un anno alla realizzazione del docufilm”, spiega Ercolani già autrice e regista del format sportivo Sfide “ma non abbiamo fatto alcun cast: chi tra i ragazzi aveva voglia di mettersi davanti alla macchina da presa per raccontarsi lo ha fatto. E’ stato molto importante potersi rivedere, riconoscere la propria esperienza. E poi credo che abbiamo raccontato un mondo che da fuori non si vede”. Già, chi non ha mai varcato la soglia dell’Ospedale per bimbi più importante d’Europa, di proprietà della Santa Sede, 100mila pazienti l’anno, non lo sa. Non conosce lo spazio bianco che per un po’ occupa le giornate di quei genitori disperati che si aggirano nei reparti come fantasmi e non sa della cura, della devozione, dell’atteggiamento positivo che è proprio uno stile, un valore aggiunto e che dà la forza di andare avanti, un passo dietro l’altro. “La cosa che qui ho scoperto e che non sapevo è che in un ospedale può esistere la solidarietà, la famiglia allargata, invece che la competitività: qui ci si dà tutti una mano, si cresce insieme” racconta Ercolani. Sarà perciò che questi ragazzi hanno trovato il coraggio e la generosità di metterci la faccia e raccontare un dolore.


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