Quell’alleanza sovranista contro lo stato di diritto

Focus

Il legame tra Putin e Salvini ha provocato un clamoroso indebolimento del nostro Paese

Quale legame c’è tra un Salvini che da ministro degli interni della Repubblica italiana pretende di azzerare la divisione tra potere esecutivo e potere giudiziario e un Putin che da Presidente della Federazione russa proclama la crisi delle democrazie liberali? Entrambi sono attori di quella vasta offensiva sovranista contro lo stato di diritto che è in corso da tempo e che si combatte principalmente in Europa, considerata al contempo (e a ragione) come il ventre molle dell’Occidente e come il baluardo simbolico dei suoi valori di coesione, pluralismo e tolleranza.

Ovviamente Putin e Salvini sono attori di peso e visibilità diversi: il primo vi partecipa nel ruolo di protagonista assoluto, il secondo come comparsa subalterna. Ma i due condividono una stessa agenda strategica, alla quale hanno dedicato anni di militanza e di lavoro nei rispettivi apparati di potere.

Da parte russa quell’agenda prevede l’indebolimento dell’Unione europea, l’uso massiccio di un “programma della paura” fatto di divisioni etniche ed esaltazione della percezione d’insicurezza, la repressione delle devianze sessuali, la riduzione del pluralismo politico e culturale, l’attacco al sistema di “checks and balances” che da sempre costituisce il cuore delle democrazie rappresentative e tutti gli altri temi rivendicati da Putin nella sua recente intervista al Financial Times. Un programma che richiama alcuni degli obiettivi di fondo che l’Unione sovietica perseguiva negli anni della Guerra Fredda nei confronti delle democrazie liberali e del progetto comunitario europeo, anche se composto di “mattoni ideologici” radicalmente diversi da quelli del comunismo sovietico. E insieme un programma che ambisce a dare una risposta securitaria e nazionalistica alla crisi della globalizzazione, promuovendo un’ulteriore chiusura degli spazi economici e democratici.

Ma quello che interessa maggiormente è il versante italiano di quest’agenda, perché nel suo ruolo di attore comprimario Salvini sta tentando di trasformare l’Italia in un piccolo Stato vassallo di una potenza straniera, riducendo la nostra rilevanza nel sistema multilaterale di alleanze che ci ha protetto dall’isolamento nel corso del Novecento e finendo dunque per colpire al cuore il nostro interesse nazionale. Un tentativo che purtroppo sta riuscendo fin troppo bene, se si guarda a quanto è accaduto in questi giorni nella vicenda delle nomine europee: la pretesa di Salvini di condizionare gli equilibri europei, senza alcuna visione strategica e allineandosi all’asse dei nazionalisti, si è tradotta in un clamoroso indebolimento del nostro paese.

Ma persino la sconfitta più netta non riesce ad essere di lezione per chi ha scelto di lucrare sulla nostra emarginazione, se si leggono le parole con cui Giancarlo Giorgetti ha salutato oggi l’arrivo del leader russo: “La visita di Putin è un’opportunità strategica in una situazione in cui l’Italia, con l’asse franco-tedesco in ascesa, è tagliata fuori dall’Europa”. Una cupa manifestazione di orgoglio collaborazionista, da parte di chi punta a rafforzare la propria parte politica indebolendo l’Italia e il suo futuro.

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