Quello che succede a Bruxelles, con noi assenti

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Conte ieri sera ha assistito dunque da spettatore non pagante alle discussioni dei suoi partners europei. L’Italia, uno dei Paesi fondatori dell’Unione europea, non meritava questa fine

Dopo le elezioni europee, il vertice informale dei capi di Stato e di governo dell’UE che si è svolto ieri a Bruxelles ha segnato l’avvio della discussione sulle future nomine dei vertici delle istituzioni europee. Cinque le poltrone più ambite che sono in gioco: le presidenze di Commissione, Consiglio, BCE, Parlamento europeo e l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune.
Al riguardo, l’auspicio espresso nel vertice di Sibiu del 9 maggio scorso – difficile peraltro da concretizzare – è che il Consiglio europeo nomini i nuovi rappresentanti dell’UE nel corso della riunione prevista per il 20 e 21 giugno 2019, così da sciogliere con adeguato anticipo i nodi sul tavolo. Come noto, infatti, la nuova legislatura europea inizia formalmente il 2 luglio 2019, mentre i mandati dei Presidenti della Commissione e della BCE scadono il 31 ottobre 2019 e l’incarico del Presidente del Consiglio termina il 30 novembre 2019.
Per comprendere l’importanza che riveste l’autorevolezza dei leader politici nazionali al fine di incidere davvero su tali nomine, pare utile operare in premessa un – sia pur schematico – riepilogo dell’impianto costituzionale dell’Unione in materia.
La Dichiarazione n. 11 allegata al Trattato di Lisbona stabilisce che il Parlamento europeo e il Consiglio europeo siano congiuntamente responsabili del buon svolgimento del processo che porta all’elezione del Presidente della Commissione.
Ed invero, in virtù dell’art. 17, par. 7, del TUE, tale figura è eletta dal Parlamento europeo a maggioranza assoluta dei membri, sulla base della proposta del Consiglio europeo avanzata a maggioranza qualificata “rafforzata” (almeno il 72% dei membri che rappresentino almeno il 65% della popolazione UE), tenuto conto delle elezioni del Parlamento.
Ed ancora, sempre ai sensi dell’art. 17, par. 7, del TUE, il Consiglio, in accordo con il Presidente eletto della Commissione, adotta a maggioranza qualificata “rafforzata” l’elenco delle altre personalità che propone di nominare membri della Commissione. Tale collegio dei commissari è presentato al Parlamento, il quale elegge o respinge la proposta, con una votazione che richiede la maggioranza dei voti espressi. È solo in seguito all’eventuale0 approvazione che la Commissione è formalmente nominata dal Consiglio europeo a maggioranza qualificata “rafforzata”.
Ai sensi dell’art. 283 del TFUE, infine, anche il Presidente della BCE è nominato dal Consiglio europeo con la stessa maggioranza, previa consultazione del Parlamento europeo e del Consiglio direttivo della BCE.
Queste le complesse e articolate procedure.
In tale contesto, allora, proprio al fine di giungere quanto prima alla classica “quadratura del cerchio”, Macron ha avviato nella giornata di ieri una lunga serie di incontri informali con i rappresentanti di tutti i gruppi politici eletti in sede europea, popolari, socialisti, liberali, e persino rappresentanti degli Stati del gruppo di Visegrad. In particolare, Macron ha dapprima organizzato un pranzo con lo spagnolo Pedro Sanchez, il portoghese Antonio Costa per il campo socialista, nonché il belga Charles Michel e l’olandese Mark Rutte per il campo liberale. Nel pomeriggio, il Presidente francese ha poi incontrato l’ungherese Viktor Orban, il polacco Mateusz Morawiecki, lo slovacco Peter Pellegrini e lo sloveno Marjan Sarec. In seguito, ha fissato un confronto bilaterale con il presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, e appena prima del Vertice si è riunito con la cancelliera tedesca, Angela Merkel.
A poche ore dal vertice dei capi di Stato e di governo a Bruxelles, quindi, il Presisente francese ha inteso giocare un ruolo centrale nella scelta della leadership delle istituzioni comunitarie, a cominciare dalla nomina del presidente della Commissione, provando ad evitare la designazione del conservatore Manfred Weber, per difendere due ipotesi a lui gradite: il francese Michel Barnier o la danese Margrethe Vestager.
In tale contesto, il Governo italiano che ruolo sta giocando? Cosa fanno i vari Conte, Salvini, Di Maio o il ministro per gli Affari europei che non c’è, per tutelare gli interessi del nostro Paese in questa fase delicata? Assolutamente nulla!
L’Italia, rappresentata dal tandem sovranista Lega-M5S e da un Presidente del Consiglio fantasma, è rimasta del tutto isolata ed assente dalle trattative e dalle negoziazioni preliminari più importanti per il futuro assetto istituzionale europeo. Nessun invito e nessuna partecipazione ai numerosi incontri, riunioni bilaterali e multilaterali, in vista del vertice di ieri sera. Il governo italiano si è distinto ancora una volta per la sua assenza e la straordinaria solitudine sui tavoli continentali.
Niente di nuovo peraltro sotto il sole. Nuova legislatura europea, vecchia inconsistenza e marginalità. Ciò che stupisce oggi, però, è che l’Italia gialloverde non solo continua purtroppo ad essere esclusa dai confronti e dalle trattative dai nostri partners storici, ma che anche dai nuovi presunti ‘amici’ sovranisti di Salvini. Con l’aggravante che il M5s non ha neanche un gruppo parlamentare di riferimento, visto il suo drammatico flop e quello delle formazioni alleate in Europa.
Conte ieri sera ha assistito dunque da spettatore non pagante alle discussioni dei suoi partners europei. Del resto, come ha rilevato Timmermans “non si trovano amici con gli insulti a Bruxelles”. L’Italia, uno dei Paesi fondatori dell’Unione europea, non meritava questa fine.

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