Radio Radicale, ossigeno per la democrazia

Focus

Proviamo a portare a casa un emendamento che può allungare la vita di Radio radicale e della sua comunità. Che è quella di una democrazia liberale

Avete presente quando la partita è finita, i minuti di recupero assegnati in sorte sono già trascorsi e tu stai lì a vivere ogni secondo in più come una opportunità, una delusione, una provvidenziale distrazione dell’arbitro, un miracolo, visto mai? Ecco, in questo extra-time, in questo interstizio ci troviamo adesso che Radio Radicale è arrivata alla fatidica data del 20 maggio, la deadline che si era posta – o meglio che amministrativamente le è stata posta– per continuare a vivere, a svolgere il proprio quotidiano servizio di informazione da 43 anni a questa parte, da quel telefono collegato con l’aula inventato da Marco Pannella nel lontano 1976.

Una anomalia, certo, e chi lo nega? La situazione della convenzione, i rinnovi, battaglie per la sopravvivenza che sembrano essere connaturate all’ircocervo di questa radio, se si vuole, e con rispetto, al calabrone radicale.

Ma adesso siamo al punto.

E il punto è che se non arriva quella boccata di ossigeno resa possibile dagli emendamenti al provvedimento sulla crescita, arrivato alla Camera, Radio Radicale non ce la farà.

E con lei non solo la storia, lo sterminato giacimento archivistico che è uno dei suoi asset più preziosi – ma attenzione a pensare di smembrarlo come vorrebbe qualche anima bella che finge generosità, ma in realtà vorrebbe soltanto fare un business – il sacrosanto diritto alla libertà e al pluralismo dell’informazione che questo governo sta seriamente mettendo a repentaglio, e che su Radio Radicale ha usato un accanimento occhiuto, che finora aveva riservato piuttosto al grosso della stampa, con tagli, insulti, intimidazioni roteate nel mucchio.

Su Radio Radicale no, ci si è messo di fino, con un lavoro chirurgico, e non di macelleria.

A rischiare il posto di lavoro per l’intolleranza alla libertà di stampa di questa maggioranza sono 52 dipendenti, di cui 23 giornalisti, e un’altra cinquantina di persone, tra collaboratori esterni e tecnici. Un centinaio, in tutto.

Appesi al lugubre palleggio tra Crimi e Di Maio, tra Palazzo Chigi – sotto il cui cappello cade l’editoria – e il Mise, che eroga i soldi della convenzione che non arrivano. Tra la Lega – che finora pare più disponibile, forse per tattica elettorale, quella di fare e volere sempre il contrario di quello che fanno e vogliono i loro alleati a cinque stelle – e i grillini che nella ostilità alla intermediazione giornalistica hanno un contrafforte della loro identità politica.

In queste settimane la mobilitazione della radio, con il direttore Alessio Falconio in testa, della società civile, dei partiti di opposizione, di una parte dell’informazione (una parte, non tutta, ed è un peccato), delle istituzioni (più silenziose del solito, devo dirlo, a cominciare dal Presidente della Camera, Roberto Fico che non ha praticamente speso una parola in pubblico per salvare l’emittente che trasmette in convenzione i lavori della aula che presiede) c’è stata e deve continuare ad esserci, accompagnando fino all’ultimo fiato, fino all’ultima resistenza questa battaglia di libertà che riguarda ognuno di noi (e penso allo sciopero della sete che sta portando avanti Roberto Giachetti, a quello della fame di altri militanti radicali e non solo). Ma per ora non è bastata, se siamo tutti – lo dico da ascoltatore – letteralmente appesi a un emendamento.

E’ insopportabile e mi umilia che quello che dovrebbe essere un banale riconoscimento del lavoro svolto con costanza, dedizione, equilibrio da parte della radio, quasi un pro forma, possa ridursi in queste ore a un atto di altezzosa generosità, di largesse distillata dal potente di turno, come a dire ti ho fatto questo favore. Ma tant’è.

Primum vivere, e quindi proviamo a portare a casa un emendamento che può allungare la vita di Radio radicale e della sua comunità. Che è quella di una democrazia liberale i cui connotati cominciano, purtroppo, a mutare giorno dopo giorno, sotto i colpi, le finte, i silenzi, le viltà, le miserie di questi qua.

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