Nomine servizio pubblico, Lega e Cinquestelle pigliatutto

Focus

Domani al Cda la spartizione della Rai di Salvini e Di Maio. Anzaldi: ““Per la prima volta nella storia neanche un direttore di Tg alle opposizioni”

“Il modo in cui la politica si comporterà sulla Rai sarà il primo vero banco di prova della legislatura. Ne resti fuori, in caso contrario saremmo davanti a un vero e proprio fallimento”.
A parlare così, lo scorso giugno, non era un esponente dell’opposizione colto nell’atto di esercitare il suo legittimo diritto di critica, anche se preventiva. A usare queste parole era stato invece Roberto Fico, autorevole esponente del M5S, nonché presidente della commissione di Vigilanza Rai nella scorsa legislatura. Del resto quello del “giù le mani dei partiti dalla Rai” è da sempre uno dei leit motiv del Movimento, tanto che lo stesso Luigi Di Maio appena qualche mese fa chiedeva dal salotto di Vespa “il censimento dei raccomandati nella Pa, anche in Rai”, perché “dobbiamo stabilire un po’ di meritocrazia”.

Parole che, alla luce dello spettacolo offerto dalla maggioranza in occasione del rinnovo dei vertici di reti e Tg, sembrano appartenere a un’altra epoca o, quantomeno, a un altro partito.

Quella a cui si è assistito negli ultimi giorni è infatti la più classica delle lottizzazioni, secondo uno schema che ha visto Di Maio e Salvini come i soli responsabili di decisioni prese in mille riunione a quattr’occhi, senza che fosse preservata quantomeno una parvenza di autonomia dei vertici dell’azienda (dg e Cda, quelli a cui la legge assegna il diritto di nomina).

Del resto, se il buongiorno si vede dal mattino, la nomina forzata di Marcello Foa a presidente – frutto dell’accordo con un Berlusconi improvvisamente diventato agnello – era stato il giusto antipasto di quanto oggi sta venendo al pettine.

Ma veniamo ai fatti. Dopo mesi di discussioni manuale Cencelli alla mano, la rosa di nomi (formalmente) proposta dal direttore generale Fabrizio Salini, che sarà sul tavolo del Cda convocato per domani, prevede il seguente menu: al Tg1 Giuseppe Carboni (attuale caporedattore al Tg2), al Tg1 Gennaro Sangiuliano (oggi vicedirettore del Tg1), al Tg3 , in arrivo dalla vicedirezione della Tgr, Giuseppina Paterniti, l’attuale direttore di Tg3 Luca Mazzà al Giornale radio e Alessandro Casarin alla Tgr.
Slittano invece le nomine per i direttori di rete perché, a quanto risulta, non ci sarebbe ancora accordo sul nome di Casimiro Lieto, che Salvini vorrebbe a Rai 1 o, in alternativa, a Rai 2.

Detta in altro modo, dopo anni in cui a contendersi le direzioni del servizio pubblico erano curricula come quelli di Gad Lerner o Gianni Riotta, oggi sul piatto ci sono per la direzione della rete ammiraglia un autore della Prova del Cuoco, probabilmente amico della First lady Elisa Isoardi (che nel frattempo ha dimezzato gli ascolti del programma), Giuseppina Paterniti esclusa dal Tg1 perché “troppo europeista”, e altri nomi il cui merito dichiarato è la vicinanza politica ai pentastellati, manifestata attraverso servizi giornalistici o, più prosaicamente, con selfie e post sui social (come nel caso di Sangiuliano).

A questo si aggiunge la preoccupazione espressa dal deputato dem Michele Anzaldi, che denuncia: “Per la prima volta nella storia le opposizioni non hanno neanche un direttore di Tg”.
Insomma un quadro preoccupante, in cui a prevalere sembra ancora una volta la logica del “non facciamo prigionieri” imposta dal capo leghista, con buona pace dei propositi, anche questi rimasti solo sulla carta, degli ormai ex paladini di onestà e trasparenza.

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