Davanti alla crisi della sinistra discutiamo di nomi?

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Leggo di “renziani” che avrebbero sotto controllo la situazione, di squadre all’opera, di collocazioni varie. Ridicolo, con questi chiari di luna

Il Pd nacque sulla base di una esigenza oggettiva del sistema politico italiano: coprire un vuoto evidente, l’assenza di una formazione di centro sinistra a vocazione maggioritaria che potesse costituire l’alternativa ad una coalizione di centro destra in un quadro di alternanza del governo.

Altro motivo di fondo che sorreggeva la costruzione del Pd era la convinzione che alla crisi del socialismo europeo occorresse reagire costruendo una forza capace di guardare al di là della propria storia e di insediarsi in uno spazio politico più largo. I segni di una crisi profonda della esperienza socialdemocratica erano evidenti già dieci anni fa.

La grande costruzione socialdemocratica, fortemente radicata nella dimensione nazionale, si è incrinata a causa di mutamenti profondi che si sono prodotti nelle società europee. La interazione tra diffusione pervasiva dell’economia dell’informazione e globalizzazione, ha sconvolto, insieme con i sistemi di produzione, l’organizzazione del lavoro, le classi, anche i modi di vivere. Ha minato i fondamentali della economia sociale di mercato che nel trentennio d’oro del dopo guerra si era affermata con successo grazie all’alleanza tra le politiche socialdemocratiche per la piena occupazione e le politiche keynesiane della domanda.

Si sono indeboliti gli strumenti fondamentali dell’agire politico della socialdemocrazia: sindacati e partiti di massa, funzione redistributiva della spesa pubblica, poteri dello stato nazionale nella regolazione dell’economia.
I caratteri della mutazione che ha cambiato la struttura del mondo sono di natura tale da rappresentare una vera e propria cesura rispetto alla esperienza storica della sinistra del ‘900. La nascita del partito democratico comportava un mutamento ideale e politico rispetto ai caratteri e al profilo di una tradizionale sinistra, doveva mettere capo ad una nuova cultura politica e ad un diverso impianto programmatico. Non siamo riusciti a muovere in questa direzione.

Di questo occorrerebbe discutere nel confronto congressuale. Sarebbe il caso di discutere seriamente anche degli anni in cui Matteo Renzi ha guidato il Pd e il governo del Paese. Al di là di pregiudizi occorre giungere ad una valutazione equilibrata. Riflettendo su limiti, errori, velleitarismi e illusioni ma rivendicando lo sforzo compiuto per avviare un corso riformatore nella economia e nella società italiane e ricordando le resistenze dell’Italia corporativa, l’opposizione demagogica pronta a cavalcare ogni ostilità ai cambiamenti.

Serve una discussione seria che vada alla radice dei problemi. Quello che trovo insopportabile è misurare il grado di anti renzismo per decidere o valutare le candidature alla segreteria del Pd. Che ad una tale pratica indulgano figure che, nel corso degli anni in cui Renzi ha guidato il governo e il partito, hanno avuto compiti di responsabilità in Parlamento e nel governo senza mai (letteralmente mai) scrivere un articolo o prendere la parola per manifestare il proprio dissenso lo trovo francamente odioso. Ma tant’è. Lasciamo perdere le piccinerie e gli opportunismi.

Veniamo alla questione di fondo che la discussione congressuale dovrebbe affrontare: il Pd così com’è ha la forza politica e culturale “per competere con la novità incarnata dalle leadership di Lega e 5Stelle”. Credo di no. Intendiamoci, non è un fenomeno solo italiano anche se da noi si manifesta in forma patologica: in Italia populisti e nazionalisti sono al governo e hanno vinto le elezioni. La questione non riguarda unicamente i Paesi fragili dell’asse mediterraneo. Nella tetragona Germania per fronteggiare l’offensiva populista e di destra non bastano i “tradizionali organizzatori del consenso”. Il voto in Baviera ne è la testimonianza con il crollo Spd, la sconfitta della Csu e il successo di una formazione politica come Die Grunen, europeista e liberale, guidata da una donna di 33 anni (niente da spartire purtroppo con i verdi italiani che sono stati, nel migliore dei casi, una appendice radicale della sinistra).

Se le cose stanno in questi termini c’è da chiedersi se non sia un pestare l’acqua nel mortaio il modo in cui ci si avvia al congresso. Di cosa si sta discutendo? Del grado di lontananza da Renzi dei candidati? Ma mi facciano il piacere, direbbe il principe De Curtis! Il congresso dovrebbe discutere di come trasformare il Pd in una forza che assuma il compito di promuovere una alleanza repubblicana ed europeista. L’obiettivo non è mettere insieme i progressisti (ogniqualvolta si è provato a farlo è finita malissimo). L’obiettivo è costruire una alleanza che sappia fornire un punto di riferimento politico, programmatico e culturale ai tanti che, da versanti diversi, si interrogano sulle sorti dell’Italia e sentono che Di Maio e Salvini annegano il Paese in un mare di risentimenti e rancore, lo portano in un vicolo cieco.

Tanti iniziano ad avvertire che la “tentazione populista” si risolve nella radicale contrapposizione alle competenze, al merito, al pluralismo su cui si fonda la democrazia liberale. Si tratta di forze consistenti del mondo del lavoro, della imprenditoria, della cultura e degli studi; di forze e organizzazioni giovanili e dell’impegno volontario che sperimentano e praticano forme diverse di relazione e di socialità. Come interloquire con queste forze? Forze che non sono interessate alle dispute in corso sui candidati alla segreteria del Pd, le sentono diatribe di un mondo ripiegato su se stesso.

Del resto, parliamoci chiaro, come potrebbe suscitare interesse l’idea che dopo una pesante sconfitta elettorale gravida di conseguenze per il Paese non solo stenta a svilupparsi una discussione politica ma non si esclude che le primarie si risolvano nella pantomima di una candidatura unica a segretario! Come potrebbe suscitare interesse una contesa in cui candidati alla segreteria per spuntarla si rivolgessero alla miriade di gruppi, sotto gruppi e micro notabili che hanno occupato il partito (rovinandolo) soprattutto (ma non solo) nel Mezzogiorno? Leggo di “renziani” che ritengono di aver sotto controllo la situazione, di squadra già dalemiana all’opera, sembra ci si interroghi ansiosi su cosa facciano i governatori del Sud, su quale sia la collocazione di tizio o caio. Ridicolo, con questi chiari di luna! C’è da augurarsi che si cambi rapidamente strada. Si rinsavisca. Confesso il mio pessimismo cui vorrei opporre la volontà.

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