“L’Italia ha paura, la colpa è dei media”. Rapporto Censis, parla Mario Morcellini

Focus

Intervista di Democratica al commissario AgCom sul 52°rapporto Censis. “Ridurre la delusione sociale per portare il Paese nella modernità”

Impaurita, incattivita e delusa. È la fotografia della società italiana restituita dal Censis nel 52° Rapporto sulla situazione sociale del Paese, reso noto oggi.
Un’analisi ricca di spunti di riflessione, dalla percezione del fenomeno dell’immigrazione fino alla cosiddetta “dieta mediatica” degli italiani, che immortalano una società posta di fronte a cambiamenti radicali, che sembrano metterne in discussione la stessa scala valoriale.
Ne parliamo con Mario Morcellini, docente di comunicazione, commissario AgCom e consigliere alla comuniocazione dell’Università La Sapienza.

Professore il Censis fotografa un’Italia delusa e incattivita. Che ruolo ha giocato secondo lei il racconto che si è fatto della realtà, e dunque la sua percezione?
Non c’è dubbio che la percezione è diventata centrale, e lo vediamo da due grandi prove sociali. Quando i cambiamenti sono così rapidi significa che è intervenuto qualcosa che ha gonfiato e fatto da doping all’analisi della realtà. La prima prova di questo è il modo in cui, ad esempio, gli immigrati sono stati usati dai media (e poi dalla politica). Nessuno ha mai discusso con chiarezza del gap tra il numero reale e il numero percepito di presenze di immigrati, e quando operi questa scelta nel tempo poi è difficile tornare indietro, perché nel frattempo l’80% delle persone si è convinta di uno squilibrio. La prova di questo è che se chiedi alle persone quanti immigrati pensano ci siano nel loro quartiere, il dato cala in maniera impressionante.
Se i mezzi di informazione avessero fatto un’analisi più approfondita di quello che stavano costruendo, forse oggi racconteremmo una società diversa. Il secondo elemento è la rapidità con la quale sono cambiate le opinioni politiche di fondo, che poi sono valoriali. Dopo il 4 marzo ho parlato di “nuove coalizioni comunicative”, perché dietro a tutto quello che è successo in Italia c’è stato uno schieramento del sistema informativo, che ha drammatizzato la realtà invece che accompagnarla.

Una drammatizzazione che non ha pagato, visto che il Censis parla anche di una crisi di lettori e di credibilità che non si arresta.
Non è del tutto vero. Non ha pagato per i media perché la gente ha anche processi di saturazione, per cui se spari solo cattive notizie non fidelizzi. Ma ha pagato per la politica, perché è stata fatta in modo forse inconsapevole campagna elettorale per i nuovi vincitori.

Il risultato è una società spaventata e incattivita, come dice il Censis.
Sono parola connesse. Gli italiani non sono cambiati nei valori profondi, ma la paura non aiuta a ragionare, la paura è una vitamina per le emozioni e non per il ragionamento.

Fino al punto che, dal punto di vista di valori come quello dell’accoglienza, l’Italia è ormai dipinta come un’avanguardia dei paesi dell’Est.
Sì e lo dicono da tempo anche i dati di Eurobarometro. Mentre gli italiani nei consumi culturali e tecnologici somigliano ai Paesi più sviluppati come Francia e Germania, dal punto di vista del giudizio sugli immigrati assomigliano di più ai Paesi dell’Est. È la prima volta che c’è una scissione così profonda tra comportamenti comunicativi e scelte valoriali nei confronti degli altri.

Come si spiega?
La spiegazione è complicata: è la prima volta che uno studioso è costretto a dire che la comunicazione non aiuta a strutturare un comportamento più moderno. È un fenomeno non solo italiano, se vediamo gli studi internazionali vi è una consonanza nel cogliere in questo un passaggio d’epoca.

Con quali strumenti si combatte questo gap?
Riducendo la delusione sociale. Da questo punto di vista il rapporto Censis è impegnativo e dimostra che c’è, appunto, una forte delusione sociale, che non si avventa sulla nuova politica ma su quelli che c’erano prima. E’ ragionamento che non potrà reggere troppo a lungo, e già la parte più sviluppata del Paese sta dimostrando che c’è un pezzo di società in contraddizione con il pessimismo provocato dalla delusione. È davvero una risorsa per questo Paese, fin quando in piazza avremo proteste composte. Ma se il meccanismo della delusione aumenterà è chiaro che verrà rifocalizzato il processo di colpa, e a quel punto le proteste di piazza potrebbero, anche qui come in Francia, colorarsi di estremismo. Bisogna essere attenti a garantire l’agibilità democratica, riducendo la delusione sociale o trovando elementi razionali di alternativa.

Questo governo ne sarà in grado?
Non è detto che non si rendano conto dei rischi, certo è la prima volta che la politica non si rende conto che governo e opposizione esigono stili diversi di comunicazione. Troppo a lungo la politica ha vestito i panni della comunicazione, ma quando si è al governo bisogna saper rappresentare la ricomposizione.

Delusione a paura crescono al diminuire del livello di istruzione. Sono cose legate?
Sì e non è una novità, c’erano già tutte le opportunità di capire per tempo che occorrevano politiche nuove. L’altro dato allarmante è quello della crescita dell’abbandono scolastico e della diminuzione del numero di laureati. Purtroppo i dati non sono usati come base della politica, se avessimo avuto politici che li studiavano di più oggi non saremmo in questa situazione. Solo la cultura e la conoscenza riducono la paura del futuro.

Chiudiamo su social network e fake news. Per la prima volta cala (del 9%) il numero degli italiani che si informano su Facebook, e contestualmente i social network perdono credibilità. Siamo di fronte a un’inversione di tendenza?
Bisognerà aspettare, ma è indiscutibile che in comunicazione funzioni il “ciclo della reputazione”. Oggi il fascino delle fake news è ancora forte, ma è impossibile pensare che una società moderna si accontenti di “diete mediatiche” in cui gli errori prendono il posto delle notizie vere. In questo senso sarà fondamentale il lavoro che faranno associazioni come le Università o la stessa AgCom. Come autorità abbiamo studiato non solo le fake news ma anche il loro ciclo di vita, perché per poterle attaccare devi capirne i meccanismi produttivi.

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