Tutte le contraddizioni delle politiche targate Di Maio

Focus

Dal reddito di cittadinanza al decreto Dignità: usare le parole giuste a volte non guasta, quando ne va della vita e delle aspettative degli individui

È oggi possibile tracciare un profilo della filosofia con la quale il governo intende muoversi sul tema cruciale delle politiche del lavoro? Proviamo a delinearne i contorni, ancora incerti, insieme a qualche contraddizione.

Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico Luigi Di Maio come noto insistite molto, insieme al suo Movimento, sulla istituzione del reddito di cittadinanza; ma la subordina alla riforma dei servizi pubblici per l’impiego, sicché viene da chiedersi di cosa esattamente stiamo parlando.

Perché collegarne l’erogazione alla riforma dei servizi per l’impiego ed alla ricerca attiva di un’occupazione lo fa in realtà diventare un ammortizzatore sociale; si tratterebbe, in definitiva, di rafforzare l’attuale sistema di protezione sociale – già allargato e rafforzato dal Jobs act – e di garantire un sussidio certo e dignitoso, ma circoscritto nel tempo e a condizione che il soggetto si attivi nella ricerca di una nuova occupazione, a chi passa da un lavoro ad un altro.

Messa così, questa misura può anche essere condivisibile e non andrebbe, per chiarezza ed onestà, chiamata reddito di cittadinanza, che è invece, essenzialmente, il diritto di chiunque, per il solo fatto di essere cittadino e senza condizioni, a un reddito minimo erogato dallo Stato.

Dunque, come filosofia di fondo, appare uno strumento orientato a contrastare la disoccupazione e non la povertà (per la quale c’è già il Rei, istituito dal precedente governo e che in realtà più si avvicina al concetto di reddito di cittadinanza) e troverà verosimilmente le perplessità di chi, invece, aveva capito – perché così gli era stato fatto capire – che sarebbero state distribuite risorse pubbliche senza troppe condizioni.

Intorno alla riforma del diritto del lavoro del 2015 (cosiddetto Jobs act) si gioca la partita politicamente più rilevante che merita alcune considerazioni.

Recentemente l’esecutivo ha emanato un decreto (un po’ esageratamente definito decreto Dignità) ed il ministro Di Maio ha annunciato che vuole “licenziare il Jobs act”. Questa affermazione appare incoerente sia con l’introduzione del cosiddetto RdC che con il contenuto del decreto stesso, che non sono affatto in contraddizione con lo spirito e la lettera del Jobs act stesso, ma al più sembrano una parzialissima rettifica.

Di Maio – e invero non solo lui – ha ardito spesso una connessione fra Jobs act stesso e precarietà, che mi sembra del tutto infondata, giacché la riforma è stata concepita proprio per restituire centralità al contratto di lavoro dipendente e combattere una precarietà già largamente pre-esistente.

Non sappiamo se il ministro facesse riferimento al Contratto di lavoro a tutele crescenti (forse la principale innovazione del Jobs act): non ci pare ne abbia mai esplicitamente parlato. Se così fosse, sarebbe un errore perché tale fattispecie fu pensata proprio per riequilibrare diritti e protezioni fra insiders e outsiders.

E infatti il decreto appena emanato si limita, fra le altre cose, ad innalzare l’indennizzo massimo per il lavoratore o la lavoratrice ingiustamente licenziati da 24 a 36 mesi e non certo a ripristinare l’art.18 dello Statuto dei Lavoratori. E anche la cosiddetta “stretta” sui contratti a termine (sulla cui efficacia ci sarebbe da discutere), poco ha a che vedere con il Jobs act, che notoriamente non li ha istituiti.

Appare peraltro singolare la convergenza dei sostenitori del Jobs act con i suoi detrattori: entrambi dichiarano che la sua approvazione, così come la sua abolizione, servirebbero a combattere la precarietà. Questa strana assonanza trova origine in due concezioni del tutto diverse sul funzionamento del mercato del lavoro, benché orientate, almeno a parole, allo stesso obiettivo.

Chi sostiene il Jobs act pensa, non senza ragioni, che il lavoratore vada protetto non dal mercato del lavoro, ma nel mercato del lavoro, rendendo tutti regolarmente occupabili, con pari diritti e tutele, ma nessuno inamovibile (il mercato del lavoro dei Paesi che noi invidiamo funziona così).

Chi lo vorrebbe abolire, invece, pensa che ripristinare la sostanziale inamovibilità, o un po’ più di rigidità, garantiti dal precedente quadro normativo vinca la temporaneità del lavoro. Ma, a parte il fatto che è il vecchio mercato del lavoro che ha generato una disoccupazione giovanile al 30%, come si può pensare di rendere tutti occupati a tempo indeterminato ed al tempo stesso tutti quasi inamovibili? A questa semplice domanda nessuno ha ancora risposto in maniera convincente e realistica.

A me pare, in definitiva, che ci sia un po’ di confusione, concettuale e terminologica e non so quanto in buona fede, insieme a sillogismi arbitrari e indimostrati. Ad annunci di abolizione del Jobs act seguono provvedimenti e ragionamenti che, più realisticamente, non ne intaccano lo spirito, ma mirano – legittimamente – a ritoccarlo.

Come in tutti i Paesi dove il mercato del lavoro funziona meglio, in particolare quelli del Nord Europa, si debbono coniugare flessibilità (nessuno inamovibile) e stabilità (incentivare al massimo il contratto a tempo indeterminato) ed è questo il modello verso il quale dovremmo continuare a tendere.

Usare le parole giuste a volte non guasta, quando ne va della vita e delle aspettative degli individui.

 

Francesco Errico è direttore dell’Osservatorio “Il piacere di lavorare” – Fondazione “G. Di Vagno” – Conversano (Ba). Queste e altre tematiche verranno discusse nell’ambito del festival culturale “Lector in fabula”, dal 13 al 16 settembre prossimi a Conversano (Ba)

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