Reddito di Cittadinanza, cosa non va. Undici pillole

Focus

In undici punti tutti i problemi e le mancanze del reddito di cittadinanza

  1. Povertà e disoccupazione non sono la stessa cosa. Invece si pensa che basti il lavoro per eliminare la povertà. La famiglia indigente e in difficoltà, magari con figli minori, verrà indirizzata in prima istanza ai centri per l’impiego, mentre avrebbe bisogno di un approccio a più dimensioni e di una formazione speciale. Eppure, per vari limiti, molte persone che vivono in povertà non potranno mai inserirsi al lavoro, anche con il miglior servizio di incontro domanda-offerta. Servono quindi anche i servizi sociali, che il decreto trascura. Serve il terzo settore, che il decreto ignora.
  2. Gli importi concessi sono eccessivi: se vivi in affitto e da solo prendi 780 euro al mese; se hai figli puoi arrivare a 1330 euro. Così si alimenta l’illusione del paese dei balocchi e si determinano effetti distorsivi sul mercato del lavoro. Se infatti oggi lavori, anche a tempo pieno, sovente guadagni di meno. Chi te lo fa fare?
  3. I nuclei numerosi sono penalizzati: se hai tre o sei figli è quasi uguale. Hanno dovuto tenere duro sui 780 euro ai single, perché la cifra era stata promessa in campagna elettorale. Mancando le risorse, hanno però drasticamente limitato la scala di equivalenza. Le famiglie numerose ringraziano.
  4. Le persone disabili con una pensione di invalidità civile non hanno vantaggi. Li hanno solo in quanto facenti parte di nuclei in condizione di povertà accertata, non in quanto disabili. Non solo: le stesse pensioni di invalidità sono considerate reddito nel calcolo dei criteri d’accesso e quindi possono diventare motivo di esclusione dal reddito di cittadinanza.
  5. I centri per l’impiego sono da costruire quasi dappertutto. C’è un conflitto di competenza tra Stato e Regioni. Le piattaforme informatiche sono da fare. Si farà una selezione veloce dei navigator, che però saranno precari. Ma non era meglio valorizzare anche le Agenzie per il lavoro accreditate (private e non profit) e pagarle a risultato (solo se si colloca stabilmente il disoccupato), come già previsto con l’assegno di ricollocazione approvato nella scorsa legislatura?
  6. Colpisce la complessità dei requisiti, delle condizioni d’accesso, dei motivi di esclusione. Il lavoro lo troveranno soprattutto gli impiegati che compilano le domande e fanno i controlli, i navigator che aiutano a cercare lavoro e gli avvocati impegnati nei contenziosi.
  7. L’assegno di ricollocazione viene concesso ai disoccupati di lungo periodo ma viene inspiegabilmente tolto ai cassintegrati e a chi percepisce l’assegno di disoccupazione (Naspi). Ma perché sottrarre questa importante misura a chi ha perso il lavoro da poco o rischia di perderlo?
  8. E’ previsto un sistema per cui dovrai accettare i lavori che ti verranno offerti, pena la decadenza del beneficio. Ma se i lavori non ci saranno, specie nelle aree a forte disoccupazione? E se queste proposte saranno troppo distanti, quindi non convenienti e quindi rifiutate? Quelle famiglie perderanno il sussidio e non avranno più alcun aiuto economico. Insomma: o troppo o nulla.
  9. Non è chiaro come si svolgeranno i lavori di utilità. Per ora sappiamo solo quello che ha detto Di Maio: “un sindaco invece di dover assumere un giardiniere o un archivista può attingere da quelli che prendono il reddito di cittadinanza”. Insomma, si sostituirebbe il lavoro stabile nel pubblico impiego con i lavori utili. Geniale.
  10. Prima si incassa l’assegno, poi con calma dichiari la disponibilità al lavoro. Gli obblighi di attivazione gravano su INPS, ANPAL, Comuni, centri per l’impiego, che devono fare i controlli, convocare le persone, scrivere i patti, sottoporre offerte di lavoro… Se le amministrazioni saranno lente (o più semplicemente oberate) non scatta alcuna condizionalità. Nel frattempo si percepisce l’assegno, già dal mese delle prossime elezioni.
  11. La pensione di cittadinanza è una misura che si sovrappone all’assegno sociale. Sarebbe stato meglio unificare le misure, invece si aggiunge senza razionalizzare. I criteri d’accesso sono diversi: in un caso si chiede il reddito e nell’altro l’ISEE, cioè anche i patrimoni. La critica più radicale è sull’equità: non è giusto dare la stessa cifra a chi ha versato i contributi previdenziali e a chi invece no. Sono milioni gli italiani che hanno sgobbato per avere una pensione di 780 euro o simili; cosa dirà loro la maggioranza gialloverde?

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