Reddito di inclusione, il governo accelera per chiudere i giochi

Focus

La legge delega arenata in Senato sarà approvata così com’è uscita dalla Camera, con l’impegno da parte dell’esecutivo di emanare entro un mese il decreto attuativo sul reddito di inclusione

Qualcosa si smuove nel tortuoso percorso che porterà alla definizione al reddito d’inclusione, lo strumento pensato dal governo per contrastare la povertà assoluta. C’è una forte spinta politica dell’esecutivo e della maggioranza per provare a chiudere entro febbraio. A partire dal premier Paolo Gentiloni, che l’ha definita una priorità, ribadendo in una riunione con i capigruppo Pd di Camera e Senato la volontà di accelerare l’approvazione, rafforzandone anche lo stanziamento finanziario.

Il reddito di inclusione per aiutare le famiglie più bisognose è stato pensato un anno fa dal precedente governo e fa parte della legge delega sul contrasto alla povertà promossa a inizio 2016, approvata a Montecitorio lo scorso luglio e poi arenatasi in Commissione Lavoro al Senato nel secondo passaggio parlamentare, complice la campagna referendaria e la conseguente crisi di governo.

Adesso, però, il maggiore azionista di governo ha l’intenzione di accelerare, in un momento storico in cui il disagio sembra aumentare in maniera inarrestabile. Il grido d’allarme che arriva dall’Istat parla chiaro: nel 2015 il numero delle famiglie in condizioni di povertà è quasi raddoppiato rispetto a 10 anni prima, arrivando a 1.582.000, pari al 6,1% del totale.

rei_famiglie_poverta                 rei_famiglie_povere_italia

 

Inoltre, dopo la sconfitta al referendum costituzionale, da più parti viene chiesto ai vertici del Nazareno di cambiare atteggiamento, di puntare maggiormente sulle disuguaglianze e sulla questione sociale: un forte segnale di attenzione nei confronti delle fasce più deboli darebbe una boccata d’ossigeno a tutto il centrosinistra, soprattutto in caso di voto anticipato.

Il timing dell’approvazione
Nei giorni scorsi la senatrice dem Annamaria Parente, relatrice del ddl al Senato, ha chiesto di trasformare la legge delega in un provvedimento immediatamente attuativo, senza cioè la necessità di dover emanare i decreti. In pratica, un disegno di legge che contempli già al proprio interno tutti i contenuti ora affidati alle deleghe e ai successivi decreti attuativi. Contemporaneamente è arrivata anche la proposta del ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina che ha chiesto di ricorrere a un decreto con carattere d’urgenza “operativo nel giro di poche settimane”.

Ma la partita è molto complicata: non si tratta soltanto di istituire il nuovo strumento, bensì di rimettere mano all’intero sistema dell’assistenza. In altre parole, andrebbe creata la mappatura di tutte le misure di welfare disponibili, comprese quelle di competenza regionale e comunale. E farlo non sarà per nulla banale.

Per questo – molto probabilmente – secondo un accordo politico la legge delega sarà approvata così com’è uscita dalla Camera, con l’impegno da parte del governo di riordinare l’intera assistenza e di emanare entro un mese un decreto attuativo che contenga tutti i dettagli operativi legati al reddito di inclusione. In Commissione a Palazzo Madama, nonostante la necessità di apportare alcune modifiche, c’è la volontà di chiudere rapidamente i giochi. L’obiettivo è far votare il provvedimento dall’Aula nell’ultima settimana di gennaio.

Alla fine, dunque, passa la linea ipotizzata dal nuovo coordinatore del programma del Pd, l’ex sottosegretario Tommaso Nannicini, che in un’intervista alla Stampa aveva detto di preferire la via della delega: “La legge non è arenata, manca solo l’ultimo miglio e dopo l’approvazione da parte del Senato, il governo potrebbe impegnarsi a varare il decreto attuativo sul reddito d’inclusione entro un mese”.

Cosa prevede la legge
Viene introdotta per la prima volta una misura nazionale (strutturale) contro la povertà assoluta, il cosiddetto reddito d’inclusione. È questa la finalità della legge delega. Nonostante già esistano alcune misure assistenziali erogate dallo Stato e da molte realtà locali, uno strumento unico per tutte le Regioni ancora non c’è. La maggior parte dei Paesi europei ha una misura di questo tipo. Bisogna tuttavia evitare di confondere il reddito minimo con il reddito di cittadinanza proposto dal M5S, che invece è un reddito di importo uguale per tutti, poveri e ricchi, senza che sia collegato ad alcun percorso di re-inserimento sociale né lavorativo. Perché è questa la vera novità del provvedimento: non una semplice misura di sussistenza da elargire in maniera indifferenziata, ma l’inizio di un effettivo percorso di re-inserimento.

Capitolo risorse
La buona notizia è che i soldi sono stati già stanziati. Si tratta del Fondo per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale previsto dalla legge di stabilità e quantificato in 1 miliardo e 150 milioni di euro per il 2017, e di un altro miliardo per il 2018. A questa cifra, si potranno aggiungere le risorse provenienti dai programmi operativi nazionali e regionali finanziati con fondi strutturali europei. Risorse che inizialmente non riusciranno a coprire l’intera platea dei beneficiari, ma che di certo cominceranno a soddisfare le necessità dei più bisognosi, a partire dalle famiglie con basso reddito e con minori a carico. Quando sarà a regime, in tempi si spera non lunghissimi, sarà sostenuta l’intera platea della povertà assoluta. Almeno questa è la volontà dell’esecutivo.

Vuoi ricevere Democratica sulla tua email?

Iscriviti alla nostra Newsletter!

Ricevi le notizie di Democratica una volta al giorno direttamente nella tua email.

Vedi anche

Altri articoli