Il Reddito? E’ solo uno spot elettorale

Focus

Il decreto che doveva abolire la povertà è diventata una misura a sportello

La sensazione, nitida e oltremodo spiacevole, a poche ore dallo start per il cosiddetto Reddito di cittadinanza, non ha a che fare con il merito – ne parleremo più avanti – ma con il metodo: il decreto che doveva abolire la povertà è diventata una misura a sportello. Chi prima arriva, meglio alloggia.
Non una misura universale ma un tentativo, una prova di due anni. Una cattiva politica che salda disperazione e illusione e non dà risposte.
I Caf ieri hanno lanciato l’allarme: non affollatevi davanti ai nostri sportelli o a quelli postali. Una rappresentazione devastante, che non salva e non tutela nessuno perché prefigura migliaia di persone bisognose in fila per ottenere un sussidio, restituendone un’immagine angosciante, puntualmente riflessa su titoli dei giornali e servizi televisivi. Quel che accadeva con le tessere per il pane nel regime fascista durante la guerra.
Quanto di più lontano da quello che io – ma non solo io – credo debba essere la vera cittadinanza: l’inclusione, la politica che lavora per risolvere, in radice, i problemi di un Paese che, in questi mesi, è invece totalmente ostaggio di un Governo diviso praticamente su tutto e di una maggioranza assettata di like, disperatamente alla ricerca di consenso, di volta in volta furba o meschina, presuntuosamente arrogante, offensiva.
Si poteva evitare? Sì, si poteva e si doveva. Ma la fretta di fare arrivare i soldi (usiamola questa parola così becera, così “prima repubblica”, così clientelare) prima delle elezioni europee, non lo ha permesso. Non ha permesso di dare priorità, come si doveva e poteva, e come lo stesso presidente di Anpal, poi praticamente destituito, aveva sollecitato, alla riorganizzazione dei Centri per l’impiego, condividendo con le Regioni metodo e obiettivi, finalità e, nei casi estremi, anche poteri sostitutivi.
Non ha permesso di organizzare e riorganizzare le banche dati, perché l’interconnessione fosse garanzia di attuazione della misura.
Non ha permesso, anzi Di Maio e compagni hanno fatto di tutto perché non accadesse, di valorizzare i Servizi sociali dei Comuni, e sì che da psicologi e assistenti sociali erano venute non poche proposte interessanti.
Non ha permesso, anzi non lo hanno permesso, di capire chi sono, cosa faranno e come verranno selezionati, i seimila navigator da assumere in modo precario cui un Ministro del Lavoro sempre più in difficoltà affida il compito quasi miracoloso di monitorare e assistere altrettanti precari alla ricerca di un lavoro. E all’ultimo momento questo re del do ut des, questo stratega della contrattazione al ribasso (tutto, pur di non perdere potere e ruolo) ha tentato di negoziare un’intesa sui navigator anche con le Regioni, sostanzialmente concedendo loro la facoltà di poterne assumere autonomamente fino a 4mila, oltre ai 6mila già previsti.
Ma ci si rende conto? Tutto trasformato in massa di manovra, in carne da macello, in contrattazione, senza una regia complessiva, senza una logica riconoscibile. E senza aspettare, per il via libera di oggi, il completamento dell’iter e l’approvazione definitiva in Parlamento.
Non hanno ascoltato niente e nessuno.
Non Anpal, l’Agenzia per le politiche attive del lavoro, ridotta adesso ad una funzione esclusivamente strumentale. Non l’Alleanza contro la povertà, che più volte ha messo in guardia sulla confusione della misura. Non gli enti territoriali e i soggetti dell’associazionismo sociale e sindacale direttamente impegnati sul fronte del contrasto alla povertà. Non i Caf. Non le imprese. Non le Agenzie di intermediazione del lavoro. Non chi in Parlamento si era dichiarato disponibile a un confronto di merito, avendo lavorando sul Reddito di inclusione e conoscendo magari a sufficienza temi e questioni in gioco. Un’autoreferenzialità assoluta e una altrettanto assoluta pochezza di visione, dal momento che mentre il Reddito di inclusione prendeva in carico la povertà in tutte le sue dimensioni indipendentemente dalla condizione lavorativa, “questo” reddito di cittadinanza è caratterizzato da una visione unidimensionale e ideologica della povertà basata sull’assunto che il povero ha un unico bisogno: l’occupazione.
A differenza del Reddito di inclusione, qui diventano residuali o scompaiono tutte le dimensioni della povertà: quelle connesse alla salute, l’istruzione, le responsabilità familiari, le relazioni personali, le condizioni psicologiche, la disabilità, ecc. E in questo passaggio i grandi perdenti sono i bambini e le donne, coloro che nelle famiglie povere sono i più fragili e bisognosi.
L’esclusiva centralità dei Centri per l’impiego, ammesso che riescano a funzionare, penalizzerà due volte le persone bisognose e fragili. E anche coloro che sono in condizioni di lavorare rischiano di non avere le risposte adeguate. Perché in questa misura non c’è traccia di politiche attive che rendano credibile tutto quanto legato in via ipotetica alle offerte di lavoro, che rendano realmente efficienti ed efficaci i centri per l’impiego, sostenuti adeguatamente dall’interoperabilità delle banche dati, che trasformino i navigator in veri e propri tutor. Chi ha brindato sul balcone all’abolizione della povertà sa bene che questa misura non assolverà al compito. Nemmeno a quello, più modesto e meno rilevante, di alzare l’asticella dei consumi interni.
E’ un grande spot elettorale. Un grande bluff che riduce la povertà a slogan.
La povertà è una cosa seria. Va contrastata con politiche adeguate, misure rigorose, competenze, serietà, alleanza con tutti i soggetti che quotidianamente lavorano su questo delicatissimo terreno.
Ed è da miserabili pensare di lucrare in questo modo sul bisogno e sulla speranza, seminando illusioni, per biechi calcoli elettorali.

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