Referendum, adesso serve serietà da parte di tutti

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Zaia vuole cavalcare il grande successo in Veneto. Maroni frena

Non sarà “la caduta del Muro di Berlino” come ha detto Luca Zaia la sera del voto, ma quel che è successo in Lombardia e, soprattutto, in Veneto, non può essere minimizzato e sottovalutato. Anzi, ora è il momento della massima serietà, da tutte le parti. Il governo ha già teso la mano  verso i governatori, dicendosi immediatamente disponibile a far partire la trattativa sulle competenze della materie concorrenti, come previsto dall’articolo 116 della Costituzione. Matteo Renzi, dal canto suo, invita a fare di più per non lasciare inascoltato il “grido del Nord”: nello specifico una grande operazione di riduzione fiscale, a partire dalle cose già fatte in questa legislatura, per proseguire con un accordo delle forze politiche “per un progetto come quello che abbiamo lanciato noi (Tornare a Maastricht) che permetterebbe la riduzione annuale delle tasse per una cifra che può variare tra i 30 e i 50 miliardi di euro”.

La stessa serietà di cui deve farsi interprete il governo (che in questo senso una trattativa sull’autonomia l’ha già avviata, con l’Emilia-Romagna, senza necessità di fare un referendum) deve però essere richiesta alle Regioni. E da questo punto di vista cominciano a intravedersi le prime crepe. Sull’onda del successo, il governatore del Veneto Luca Zaia si è spinto da subito più in là, dapprima parlando subito di contrattazioni di tipo fiscale (eventualità non prevista dalla Costituzione) e poi arrivando, nel giro di poche ore, ad evocare lo statuto speciale. Dal canto suo, Roberto Maroni – che non può certo farsi forte dell’impressionante mobilitazione popolare del Veneto, anzi – contesta la scelta del suo compagno di partito e si dice orientato a lavorare nell’alveo dell’articolo 116 della Costituzione che fa esplicito riferimento a 23 materie concorrenti tra Stato e Regioni.

Una divergenza di vedute che, proiettata su scala nazionale, mette in evidenza lo scombussolamento nel centrodestra provocato da questo referendum. In primo luogo tra la Lega e il suo alleato principale, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, da sempre contraria all’operazione di Lombardia e Veneto. Poi c’è Silvio Berlusconi, salito in extremis sul carro del vincitore e pronto a promuovere l’autonomia in tutte le Regioni. Infine c’è una grande questioni proprio dentro la Lega. Questo passaggio ha senza dubbio rafforzato, anche in ottica nazionale, la figura di Zaia, il quale, però ha già detto che non si muoverà da Venezia. Chi ne esce indebolito, invece, chiaramente Maroni. E Matteo Salvini? Il leader del Carroccio è costretto ad un difficile equilibrismo tra le pulsioni autonomiste e federaliste tipiche della Lega della prima ora e la paventata – quanto rischiosa – svolta nazionalista, sovranista e lepenista. Una svolta che, visti i risultati di questo referendum, potrebbe preso essere riposta nel cassetto.

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